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Chitarre Vintage Italiane

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Eko C22: per pochi!

By Chitarre Vintage Italiane, Personaggi StoriciNo Comments

Sembra incredibile che una copia Les Paul possa essere una delle chitarre più rare eppure nel caso della C22 della Eko è proprio così.

Lorenzo Tanini

Sembra incredibile che una copia Les Paul possa essere una delle chitarre più rare eppure nel caso della C22 della Eko è proprio così.

Questa chitarrina, estremamente comoda, leggera e compatta, fu purtroppo costruita in numero bassissimo, a differenza delle C11 (copia SG) che si trovano abbastanza facilmente. Davvero strano per una copia Les Paul.

Ma si tratta di uno strumento davvero particolare, il cui body è interamente fabbricato con un legno orientale assai inusuale di nome Jelutong che contribuisce con il suo colore giallo a conferire quell’affascinante arancio ambrato che rende la C22 immediatamente riconoscibile agli appassionati.

Il manico, avvitato o incollato, è tipicamente fine 70/inizi 80, un sandwich di acero/mogano/acero con tastiera in palissandro.

La C22 nasce nel 1978 come la C11 e ne condivide il manico. I pickup, com’era tipico delle Eko di quel periodo, erano offerti a scelta tra una coppia di ottimi HP e HD della casa madre e una coppia Di Marzio Paf e Dual Sound della versione C22S.

La configurazione è tipica 2 volumi e 2 toni e selettore 3 posizioni ma in aggiunta troviamo uno switch per splittare le bobine del pickup Dual Sound.
Un ottimo ponte massiccio in acciaio con sellette in ottone completa il tutto, aggiungendo sustain a questo bello strumento.

Questa C22/S fa parte della collezione dell’amico Roberto Coccia Ascoli che dopo lunghe ricerche l’ha acquistata molti anni fa dal precedente proprietario, dopo molte insistenze e pagandola una discreta cifra, data la rarità.

Questo mi riporta alla mente un episodio di quasi 20 anni fa e che a volte ancora mi causa notti inquiete: una splendida C22 sfuggita per un soffio alla risibile cifra di 100 euro…

 

Un sentito Ringraziamento al grande Remo Serrangeli, direttore della Eko dei tempi d’oro, per la sua sempre gentile consulenza.

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Eko – gli anni ’80

By Amplificatori Vintage Italiani, Bassi Vintage Italiani, Chitarre Vintage Italiane, Oliviero Pigini, Sintetizzatori Vintage ItalianiNo Comments

Siamo giunti al termine dell'epopea Eko, un'avventura che corre lungo tre densissimi decenni e che vede la sua conclusione con le serie Master, Performance e SA, al tempo stesso punta di diamante e canto del cigno dello storico marchio.

Lorenzo Tanini

La fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 avevano visto la nascita di grandissimi strumenti interamente in massello e con tavola armonica in abete Val di Fiemme, come la Alborada e la Giuliani per le chitarre classiche e la Korral Special e la Chetro per le acustiche.

Della Giuliani, il catalogo del 1981 citava:

“Chitarra da concerto costruita solo su ordinazione. Strumento eccezionale sotto tutti i punti di vista etc. E segue: “La Giuliani è l’unica chitarra oggi reperibile per la quale il fabbricante può garantire il livello sia di potenza che di qualità del suono. Soltanto gli strumenti che superano le severissime prove di collaudo finale dell’ E.A.R.L. (LABORATORIO DEI RICERCHE ACUSTICHE) ottengono infatti il nome Giuliani.”

Sul versante elettrico erano nati gli strumenti in monoblocco, sia bassi che chitarre, come la M24, la M20, la CX7 ed i bassi BX7 e MB21. L’hardware era in ottone massiccio e veniva prodotto nelle officine interne assieme agli ottimi pick-up (antironzio in esaferrito di bario ed in alnico 5° americano – speciale lega di alluminio, nickel, cromo, cobalto e rame) che venivano offerti come alternativa ai DiMarzio.

Articolo su Strumenti Musicali 1981 – clicca sulle immagini per leggere

Ci fu anche una piccolissima produzione di DM, ovvero le versioni doppio manico della M24 che furono create a 10 (chitarra e basso), 16 (chitarra 12 corde e basso) e 18 corde (manico 6 e manico 12).
Altri nuovi modelli furono la C33 e la C44 con il corpo in acero massiccio dello spessore di 42 mm e manico sempre acero.

Sempre nel periodo fine anni 70 inizi anni 80 nacque anche la famosa M33 Short Gun, conosciuta comunemente come “Fuciletto” per la strana forma del corpo (sempre in massello di Val di Fiemme) a forma di calcio di fucile.
In quegli anni iniziò anche una collaborazione con la Camac per il mercato tedesco.

Unibody M24

Unibody M24 e SC800 nel film “In viaggio con papà”

Unibody M20

Unibody DM 10, 16 e 18

Camac

Con la stessa tecnica nacque anche la C11, ispirata alla SG di Gibson. Anche la serie dei bassi si rinnovò con una nuova serie: a fianco alle chitarre C01 e C02 fu creato il B02 con le stesse tecniche costruttive e manico a scala corta.

Per i bassi scala lunga stile Fender nacquero il B55 ed il B55S, sempre con il corpo abete Val di Fiemme con finiture Natural, Cherry e Walnut (ordinabile anche fretless).

Discorso a parte fu la rara C22, una bella Les Paul molto leggera ed estremamente suonabile, costruita con un legno particolare di nome Jelutong. Ne furono fatte talmente poche che è quasi irreperibile e chi ne ha un esemplare lo tiene o se lo fa pagare caro.

Anche per queste linee era prevista la scelta tra pickup Eko o DiMarzio (la lettera S finale nella sigla significava che lo strumento montava i DiMarzio).

C11

C02

B55

CX7 Artist

C22

Il primo sistema di elettrificazione delle acustiche fu lo Shadow piezoelettrico (i migliori pickup sul mercato di allora) e di conseguenza nacque anche l’esigenza di avere un amplificatore da abbinare allo scopo. Al reparto della sezione amplificatori, il cui responsabile era Ferdinando Canale (poi fondatore della SR-Tecnology e della Sound Engineering), crearono il meraviglioso ed eccellente SC800, con cabinet in Val di Fiemme, del quale vennero prodotti due lotti da 50 esemplari.

Nei primi anni 80, per quanto riguarda la produzione delle chitarre, la sezione delle classiche vide, oltre alle già esistenti Alborada e Giuliani, la nascita delle Conservatorio 51 e Conservatorio 53, entrambe con tavola armonica in Abete Val di Fiemme massello e la Carulli tutta completamente in massello.

Per le acustiche, dal 1983 anche la Eldorado acquistò la tavola armonica in massello di Val di Fiemme e nacque il modello D100FP sempre con tavola in massello in pregiato Val di Fiemme.
Nel 1984 Korral e Chetro rimasero in produzione, scomparve la Ranger e subentrò la AW nelle versioni a 6 e 12 corde con amplificazione elettromagnetica al manico oppure rilevatore piezoelettrico al ponte.

La linea delle acustiche

Il modello di punta della chitarra classica divenne la TK Classic, a cassa bassa interamente in massello e con sistema di preamplificazione, della quale furono costruiti solamente una trentina di pezzi.
La Tk venne introdotta anche in versione Acoustic, sempre a cassa bassa e con preamplificazione (modello molto simile alla Takamine Ef391MR).

Ai tempi i più grandi musicisti italiani utilizzavano gli strumenti acustici EKO. Le Korral e Chetro erano comunemente suonate da Guccini, Franco Mussida, Teresa De Sio, Stefano Rosso, Ricchi e Poveri, Mauro Pagani, Mario Castelnuovo, Marco Ferradini, Lucio Violino Fabbri, Claudio Baglioni (anche con SC800), Ivan Graziani, Goran Kuzminac, Ricky Gianco, Fausto Leali, Francis Kuipers, Edoardo Bennato.

TK Classic

Per gli strumenti elettrici, nel 1983 arrivarono la M6 e la M7 che montavano Pickup “Magnetics”, entrambe attive, e i bassi MB9 e MB10, anch’essi con Pickup “Magnetics”.

Nel 1984 vide la luce la serie Master con i modelli M4, M4 e M4S Electroacoustic (presentate alla fiera di Milano appena prima del fallimento), la M5, la M7 e la M7 Deluxe. Il sistema Electroacoustic era un brevetto EKO che prevedeva un pickup piezoelettrico con 6 sellette separate inserite nel ponticello di una chitarra elettrica.

Nacque anche la serie Performance con le chitarre P100, P100 DeLuxe, P200, P200 DeLuxe. Tali modelli avevano corpo in ontano massello e manico in acero. La P100 Gipsy era come la P100 ma aveva un amplificatore incorporato con altoparlante tra il pick-up al ponte ed il manico.
I bassi della serie performance erano i B25 ed i B55.

M4S

P100

M4 Electroacustic

M5 (foto di Atraz)

M7 DeLuxe

Per venire incontro alle esigenze di un pubblico giovane rockettaro nacque anche la serie Tunderbolt, con il modello T40 (pick-up humbucker DiMarzio al ponte) e la T50 con due pick-up e nuovo design del corpo.

Anche le semiacustiche furono rinnovate, con i modelli SA29, SA39, SA39 Custom. I modelli di punta erano la SA396 e la SA396 Custom, entrambe con cassa da 60 mm e pick-up Attila Zoller oppure DiMarzio DP106.

Nel 1984 cominciarono a venire al pettine tutti i nodi dei problemi finanziari dell’azienda che, di conseguenza, chiuse nel 1985. L’istanza di fallimento è in data 21 maggio 1986 a cui segue una vendita gestita dal curatore fallimentare e così, tristemente, finisce la storia della VERA EKO.

Thunderbolt

Le semiacustiche SA

SA39

Ekoisti anni ’80

Franco Cerri con M-24

Ivan Graziani con Korral

Ivan Graziani con M-55 “Fuciletto”

Edoardo Bennato con Ranger 12 Electra

Edoardo Bennato con Korral e Lucio Bardi con M-24

Edoardo Bennato prova la sua E85 nella sala prove Eko

Franco Mussida (PFM) con DM-18

Patrick Djivas con MB-21

Patrick Djivas e Franco Mussida

Flavio Premoli (PFM) con Ekosynth P15

Rino Gaetano con un raro Bouzouki Eko

I Fratelli Balestra (Rocking Horse, Superobots) con le Crossbow (balestra, appunto), derivazioni della M33 “Fuciletto” scherzosamente create per loro dalla Eko

Bobby Solo con M-24

La Bottega Dell’Arte con una Fuciletto e un mini-ampli Polyphemus

La Bottega Dell’Arte – “Più di una canzone” con M-24, BM-21 e Ekosynth P15

Bernardo Lanzetti (Acqua Fragile – PFM) con una M-24

Donatella Rettore con una M-33 decorata con il Sol Levante

CLICCA IL PULSANTE E GUARDA!

Donatella Rettore – “Oblio” con CX-7 Artist  (alias “la Stratokiller”), M-24 e BX-7 

I Knack con le Fuciletto

Shane McGowan dei Pogues con una Ranger 12

Andy Wickett (ex Duran Duran) con Ranger 12

Ricchi e Poveri con Chetro e Korral

Vasco Rossi con Ranger 12 Electra

Roberto Puleo e CX-7 Artist “Stratokiller” con Riccardo Fogli

Ekoisti oggi

Mauro Pagani (PFM) con Bouzouki e Chetro

Fausto Leali e una delle primissime Korral

Giorgio Zito (Edoardo Bennato) con Ranger 12 Electra

Claudio Prosperini (Stradaperta – Venditti) con una rara M-24 12

Teresa De Sio con Korral

Francis Kuipers con la sua Korral Special autografa

Chiara Ciavello con Florentine single cutaway

Cristiano De Andrè con Bouzouki

Federico Poggipollini (Ligabue – Litfiba) con una 500

Saturnino con B02

De Gregori con 100/M

Johnny Winter con Ranger 12

Phil Rocker con 500

Sean Lennon con Ekomaster 400

Salutiamo e ringraziamo l’amico Julien D’Escargot per gentilissima e fondamentale consulenza e per l’enorme quantità di materiale messo a disposizione: senza di lui l’intero articolo Eko non sarebbe stato possibile.

Parte del materiale è stata reperita dal gruppo FB “Eko vintage guitars”, dove ex personale Eko e appassionati condividono immagini in loro possesso o trovate sul web. Un sincero ringraziamento va quindi anche a tutti loro.

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EKO – Gli anni ’70

By Amplificatori Vintage Italiani, Chitarre Vintage Italiane, Effetti Vintage Italiani, Pedali VIntage Italiani, Sintetizzatori Vintage ItalianiNo Comments

Iniziano gli anni 70 e la Eko guidata da Augusto Pierdominici si prepara ad affrontare con grinta il nuovo decennio, con nuovi prodotti all'avanguardia sia dal nuovo reparto Ekoelettronica che da quello Chitarre di Remo Serrangeli.

Lorenzo Tanini

Mentre inizialmente la fabbricazione di organi Ekosonic e amplificatori era affidata alla Galanti e nel ‘65 a Cremonini (che produsse Viscount, Duke, Herald e Valet ma anche i pick-up per le chitarre Eko e Vox che precedentemente uscivano dalla CRB), nel 1968 la Eko fondò la EME con la Danieli Milano, la JMI e la Thomas e prese in carico la produzione degli strumenti elettronici a nome Eko, mentre i mobili che contenevano le parti elettroniche venivano fabbricati in due reparti gestiti dalla sezione legno di Remo Serrangeli, che continuava ad occuparsi di chitarre, officina e manutenzioni.

Ekoelettronica

Dopo la progettazione del bellissimo modello Auriga chitarra e basso, Augusto Pierdominici passa a guidare la Eko a dirigere la produzione della neonata divisione di progettazione elettronica della Eko, che vedrà al comando del reparto progettazione e costi Felice Labianca e che partì alla grande nel ‘72 con la nascita dell’incredibile ComputeRythm.

La Eko ComputeRythm è la prima batteria elettronica interamente programmabile della storia, un piccolo mostro che ha fatto la storia grazie ai dischi di personaggi come Tangerine Dream, Manuel Gottsching (che la comprò proprio da Chris Franke dei TD) e Jean-Michel Jarre (da Oxygene), il quale ancora oggi ne fa uso, tessendone lodi appassionate.

Jean Michel Jarre con Eko ComputeRythm

Eko ComputeRythm, prima drum machine interamente programmabile della storia

Manuel Göttsching (Ash Ra Tempel) con Eko ComputeRythm

La splendida creatura di Giuseppe Censori e Aldo Paci aveva addirittura la possibilità di salvare i preset su schede traforate e la sua estetica così peculiare la portò ad essere addirittura protagonista delle scenografie di alcuni film di fantascienza del periodo.

Uno dei pochi esemplari ancora rintracciabili è oggi di proprietà del Museo del Synth Marchigiano e Italiano.

Hainback e la Eko ComputeRythm

In seguito nasceranno, oltre a tutta una serie di organi casa di varie fasce di prezzo, la celeberrima serie degli organi Tiger (un successo da 55.000 esemplari prodotti in tre anni), il piano elettrico Sensor, le pedaliere per bassi K1, K2 e K3 e nel ‘74 il synth monofonico Ekosynth e lo Stradivarius, synth di violini.

Eko Tiger 61

Il New Tiger Duo su progetto di Fabio Conti: la tastiera superiore dell’organo scorre su binari interni e si chiude fino a diventare una valigia.

Ekosynth

Eko Stradivarius

Fu creata anche una linea di pedali effetto come lo wha Strepitoso, il simulatore di rotary speaker Sound e il Mitico Multitone, uno dei primissimi pedali multieffetto analogici (volume, wha, bass/treble booster, distorsore e repeat percussion), che pare siano nati addirittura nel 1969.

Multitone

Eko Multitone

Strepitoso wha

Pedali Ekosound, Multitone e pedaliera bassi Special o K1

Nel 1975 la EME passerà di proprietà alla Farfisa e gli ultimi prodotti del reparto elettronico Eko saranno nel ‘79 il P 15, monosynth analogico a controllo digitale con preset, e l’Ekopiano ad inizi ‘80.

Ekosynth P 15

Nel frattempo, al reparto chitarre

Mentre il reparto di Pierdominci faceva furore, Serrangeli non stava certo a guardare e, tra il ‘74 e il 75 riprese lo studio tecnico della fisica degli strumenti a corda e delle forze agenti su di esso. A questo scopo acquistò lo stesso complesso macchinario Bruel Kier che veniva utilizzato all’università di Cremona per tale scopo e diede inizio alla produzione della Alborada.

Da queste esperienze, tre anni dopo, nacque la Giuliani, autentico modello di punta (anch’essa in massello e tavola in pregiatissimo abete Val di Fiemme), che veniva fornita con attestazione della curva di risposta, realizzata proprio con quella apparecchiatura. Tale documento dava la possibilita al cliente di tornare dopo anni in fabbrica e ripetere il test per controllare la maturazione dei legni e il conseguente aumento di volume dello strumento.

Chetro e Korral

Serrangeli e De Carolis con la Chetro

Le Chetro di De Carolis

Nello stesso periodo cominciò la progettazione delle prime acustiche professionali e, in collaborazione con John Huber, liutaio e all’epoca area manager della Martin in Europa, progettò la Korral Special, anch’essa interamente in massello e con top solido in Val Di Fiemme e tastiera in ebano. Da questa nascerà la Chetro, la prima delle quali fu un esemplare a 9 corde creato per Ettore de Carolis (Chetro è appunto il nome di sua figlia). Le etichette interne alla buca, con descrizioni di materiali e lavorazione, in tutti e quattro gli strumenti acustici venivano scritte a mano con inchiostro a china da Ettore Guzzini, Manager Italian Market di Eko, che scriveva anche il nome del proprietario sugli esemplari destinati a diventare Signature.

Poi ci fu la produzione della Ranger nera di Bennato che vendette 6500 esemplari e alla fine degli anni 70 nacquero le elettriche monoblocco come la M24, ma di questo parleremo nella parte dedicata agli anni 80 della Eko.

La piccola Chetro De Carolis con la chitarra che ha preso il nome da lei, il prototipo 9 corde

Catalogo strumenti acustici 1975

Chi suonava Eko negli anni 70

Mick Taylor

Mick Jagger

Martin Barre (Jethro Tull)

Mike Rutherford (Genesis)

Peter Ham (Badfinger)

Joe Egan (Stealers Wheel)

Stealers Wheel – Stuck In The Middle With You

Jimmy Page (Led Zeppelin)

Bob Marley

Lucio Battisti e Ornella Vanoni

Mia Martini con una J56/1

Ron e Lucio Dalla

Guccini con una Chetro

Fabrizio De Andrè con la PFM (Lucio “violino” Fabbri suona una Chetro 12)

Peter Van Wood con Ranger 12 Electra

Lino Vairetti (Osanna) con Ranger 12

Pino Daniele con la Ranger 12 che fu di Lino Vairetti degli Osanna

Vanna Brosio con Ranger 12 Electra

Renato Zero con Rio Bravo

The Trip con strumenti Eko (Billy Grey con chitarra Kadett e Joe Vescovi con organo Ekosonic)

Clicca il pulsante e guarda The Trip con gli strumenti Eko (chitarra Kadett, Organo Ekosonic)

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Un caro ringraziamento all’amico Roberto Bellucci di Elettronica Musicale Italiana per le informazioni integrative sulle creazioni del reparto Ekoelettronica.

L’articolo continua nella terza parte: Eko – gli anni 80

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EKO – Gli anni ’60

By Amplificatori Vintage Italiani, Bassi Vintage Italiani, Chitarre Vintage Italiane, Oliviero Pigini, Personaggi Storici, Sintetizzatori Vintage ItalianiNo Comments

La Eko fu non solo la più grande fabbrica di chitarre d'Italia ma anche uno dei maggiori successi mondiali nel campo degli strumenti musicali. L'artefice di tale successo fu un personaggio di nome Oliviero Pigini e a lui dedichiamo questa mostra virtuale di celebrità che hanno imbracciato i suoi strumenti.

Lorenzo Tanini

Oliviero Pigini, fondatore della Eko

Oliviero Pigini fu un leone dell’industria italiana che , dalla fondazione della Eko nel 1960, riuscì da solo a portare la quota delle chitarre italiane esportate nel mondo dallo 0,8% del 1956 al 12% del 1965.

Dopo un inizio come produttore di fisarmoniche, Pigini decise di rivolgere la sua attenzione alle chitarre e nel 1956 fondò la Giemmei (Giocattoli Musicali Italiani) a Castelfidardo, con la quale gestiva la vendita per posta di chitarre di liuteria siciliana e importate dalla Jugoslavia.

Nel 1959 fonda la Eko S.A.S. di Oliviero Pigini & Co. e nel 1960 rilevò un ex-stabilimento di fisarmoniche ed inizio la produzione in proprio con il supporto di CRB Elettronica, che già dal 1958 progettava e produceva pick-up su richiesta di Pigini.

Nel 1964 la Eko si trasferirà a Recanati, dove, mentre Pigini e Augusto Pierdominici disegnano chitarre e bassi a marchio Eko, la fabbrica produrrà strumenti anche per altre grandi ditte come la Vox.

Nel 1965 inizia la produzione delle chitarre con i nomi di animali (Cobra, Barracuda, Dragon, Condor, Cygnus) e le nuove chitarre signature come Rokes, Kappa, Auriga, Pace.

Nel 1966 fonderà La Comusik, con la quale gestirà la commercializzazione degli strumenti (Eko, Vox, Thomas) e la Genim che gestirà la parte immobiliare come l’albergo Eko di Fano che, nelle intenzioni di Pigini, sarebbe stato l’hotel dedicato alla musica e agli artisti.

Sempre nel 1966 però si verifica un incendio (a detta di alcuni doloso), che distrugge una parte dello stabilimento di Recanati e Pigini inizia la costruzione del nuovo stabilimento di Montecassiano ma non ne vedrà mai la fine poichè un infarto arresterà la sua corsa ad inizi 1967 a soli 44 anni.

Pigini con il personale della Eko

La fabbrica Eko

Purtroppo la scomparsa di Pigini coincide con l’inizio di una crisi del mercato causata dalla concorrenza asiatica e per alcune scelte non proprio azzeccate e lungimiranti: sotto la guida di Augusto Pierdominici la Eko aggiorna e diversifica la produzione, mettendo in secondo piano il reparto chitarre e puntando tutto sugli strumenti musicali elettronici, le tastiere e gli effetti incorporati come nelle chitarre Vox.

Soluzione questa che si sarebbe rivelata fallimentare, non perchè mancassero idee e innovazione, tutt’altro (prova ne è la mitica drum machine Computerythm), ma grazie alla politica commerciale aggressiva giapponese anche in campo elettronico (il governo giapponese sovvenzionava ampiamente le proprie ditte musicali mentre il governo italiano pensava a sovvenzionare il “vampiro” FIAT, che avrebbe condotto al fallimento la scena automobilistica italiana, trascinandosi dietro tutti i marchi migliori acquisiti nel tempo).

Il mercato degli strumenti a corde invece non era affatto in calo perchè la scena musicale non si fermava mai e mantenne le sue posizioni anche durante gli anni 70, 80 e a seguire. Questo mentre la Eko pagò le scelte sbagliate come quella di ripiegare sulla produzione di copie e strumenti elettronici, arrestando di fatto la curva ascendente che Pigini aveva impressso alla produzione italiana nel mercato mondiale degli strumenti musicali.

Gli ultimi tentativi di riportare la Eko ai tempi gloriosi furono sotto la guida oculata di Remo Serrangeli, che, con idee produttive innovative, iniziò una produzione di chitarre e bassi di alta qualità ma l’improvvisa entrata in campo di una nuova gestione scellerata vanificò gli sforzi portando la Eko alla chiusura a metà anni 80.

Questo articolo sarà quindi una celebrazione dello storico marchio italiano, attraverso le immagini di musicisti, artisti e quanti altri hanno amato ed usato i suoi strumenti nel corso del tempo.

Maurizio Vandelli ne I Giovani Leoni, con Eko Master 400

Victor dell’Equipe 84 con la chitarra della Pace

I Dik Dik con strumenti prototipo

The Rokes con i celebri strumenti che portano il loro nome

The Rokes – Grazie a te

Caterina Caselli con Ranger 12 Electra

Adriano Celentano con Ekomaster 400

Rita Pavone (basso 995) e Giancarlo Giannini

Dario Toccaceli con Eko 100

Ricky Shayne con Eko 100

I Kings con le Eko Kappa, create per loro

Le Snobs con chitarre e basso della linea Cobra

Herbert Pagani con Ranger 12

Fausto Leali con Ranger 6 Electra

L’avventura internazionale

Pigini stabilì diversi contatti con distributori esteri, tra cui i fratelli Lo Duca per gli Usa. Perciò chitarre e bassi Eko si possono trovare con altri marchi come Eston, Shaftesbury e in seguito anche D’Agostino, Camac… Alcune Vox erano semplicemente delle Eko rimarchiate.

Oliviero Pigini (a sinistra) con Tom Lo Duca, importatore USA della Eko.

Dick Elliot, testimonial e dimostratore della Eko per gli Usa

The Grass Roots

The Blue Chip Village Band

The Jackson Five

La Eko 100 di Jimi Hendrix

Pete Townshend

Roger Daltrey

Al Stewart

Brigitte Bardot

Les Disciples

Gary Burger (The Monks)

L’articolo continua nella seconda parte: Eko – gli anni ’70

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Wandrè Blue Jeans

By Chitarre Vintage Italiane, Personaggi Storici, WandrèNo Comments

Oggi presentiamo una splendida Wandrè Blue Jeans di proprietà del collezionista Renato Cavallaro.

Lorenzo Tanini

Una delle primissime Blue Jeans con manico in legno.

La Blue Jeans, come anche il nome suggerisce, nasce come strumento economico dedicato ai giovani principianti o dilettanti.

Molto probabilmente antecedente alla sorella Piper, la B.J. verrà poi rinominata Teenager, a sugellare ancora di più il suo essere destinata principalmente a quella fetta di mercato.

Principale differenza con la Piper, è la spalla mancante Florentine, che ne alleggerisce la silouette, rendendola ancora più provocante e moderna, un classico moderno come i blue jeans, si potrebbe dire.

Per rendere più economica la BJ fu deciso di utilizzare un manico in legno, invece che di alluminio, e (su suggerimento di Athos Davoli) l’abolizione di tutti gli elementi non strettamente indispensabili come la presa jack, che venne sostituita con un cavo attaccato al battipenna.

Il prezzo venne così fissato a 18.000 lire per la chitarra e 34.000 per il set chitarra + amplificatore da 4-5 watt.

Attraverso varie modifiche, la Blue Jeans rimarrà in produzione dal 1958-59 fino al 1967, diventando così il modello più popolare e venduto della produzione Wandrè.

Nel corso degli anni, la B.J. subirà diverse modifiche, tra cui alcune rarissime come i primissimi esemplari con manico in legno dalla particolare sezione a trifoglio, quelle con i fori armonici dalla curiosa sagoma che ricorda lo zoccolo del cammello, quelle prive di fori armonici e con 3 pick-up.

Nel 1961 verranno inserite la Nuova B.J. e la B.J. Major.

La prima ha manico con “anima indeformabile in metallo, registrabile (brevetto Wandrè)” e vernice poliestere.

La Major invece ha manico in alluminio con paletta, sempre di alluminio, saldata. Il suddetto manico è fissato al corpo tramite un dispositivo basculante che consente la regolazione fine dell’angolazione manico-cassa e di conseguenza dell’action.

Ulteriori aggiunte furono il ponticello regolabile in altezza, il piano armonico convesso con una nuova foggia dei fori armonici, un nuovo battipenna dotato di due pick-up, controllo volume e tono e uscita jack microfonica.

Nelle B.J. si susseguirono poi ulteriori modifiche, come il battipenna in plexyglass, il manico neck-thru, la foggia differente dei fori armonici ed addirittura la loro scomparsa.

Il nome Tri-Lam è invece improprio e deriva dal compensato tri-lamellare con il quale veniva fabbricata la B.J. ma anche la maggior parte degli altri modelli Wandrè.

Per maggiori informazioni vi rimandiamo all’ottimo libro “Wandré – L’artista della chitarra elettrica” scritto dal maggior esperto di Wandré, il dott. Marco Ballestri.

…ma come suona?

Clicca il pulsante e ascolta il suono della Blue Jeans dalle dita del grande Mario Evangelista.

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Panoramica della stupenda Blue Jeans di Renato Cavallaro

Una recensione di una Wandrè Blue Jeans del nostro affiliato Fernando Temporão

Ringraziamenti

Ringraziamo il guppo Facebook e nostro affiliato Wandré Guitars che, nella persona del dottor Marco Ballestri, ci ha cortesemente fornito materiale informativo e fotografico, nonchè gentile consulenza.

Un ringraziamento doveroso và sempre all’artefice di tutto, quel Wandré che ci ha lasciato un patrimonio di arte e innovazione che non manca mai di farci rimanere in stupefatta ammirazione.

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Eko Dragon Electronic Renato Rascel

By Chitarre Vintage Italiane, Bassi Vintage Italiani, Effetti Vintage ItalianiNo Comments

Abbiamo in vetrina uno strumento particolare, la Eko Dragon appartenuta a Renato Rascel e sappiamo già che faremo la felicità dei collezionisti dicendo che è in vendita.

Lorenzo Tanini

Renato Rascel con Marisa Allasio nel film “Arrivederci Roma”

Renato Rascel, al secolo Renato Ranucci, è stato un artista poliedrico di grande fama, soprattutto nel periodo che va dagli anni 40 agli anni 70. Era attore, comico, cantautore, ballerino, presentatore e e addirittura giornalista.

Compose un brano per Sanremo e anche la famosissima “Arrivederci Roma”, tema del film omonimo che interpretò al fianco di Marisa Allasio, celebre attrice e sex symbol del periodo. Lavorò molto nel cinema e in teatro.

In televisione fu particolarmente famosa la serie di telefilm Rai “I racconti di padre Brown”, tratta dai noti racconti di Chesterton.

Ad un certo punto della sua vita, Rascel acquistò o commissionò una Eko Dragon Electronic.

Catalogo EKO 1967

La Eko Dragon è uno strumento di alta fascia che veniva prodotto dalla Eko in numero limitato, la versione Electronic è ancora più rara e reca una serie di effetti onboard piuttosto interessanti e niente affatto inutili.

Essendo le Dragon Electronic fabbricate in parallelo con le chitarre Vox, gli effetti, fuzz, bass & treble boost e tremolo, sono dello stesso tipo di quelli che si trovano sulle Ultrasonic, Chetaah, Bossman, Grand Prix Starstream, ma anche sulla Apollo, chitarra che veniva sempre prodotta da Eko per la Vox ed era praticamente la versione per gli Usa della Dragon, con un solo pickup e paletta di foggia diversa.

L’attrice Elizabeth Montgomery con una coloratissima versione di una Vox Apollo, in un episodio della celebre serie tv “Vita da Strega”

La Vox entrò con forza negli Stati Uniti e gli strumenti prodotti dalla Eko fecero furore nel mercato americano, le si vedevano in mano a molti dei gruppi psichedelici e pop dell’epoca, diventandone un simbolo. Si può addirittura ammirare una Apollo rifinita in colorazione psych imbracciata da Elizabeth Montgomery in un divertente episodio della celebre serie tv “Vita da Strega”.

La prima produzione della Dragon risale al 1967 e si tratta di uno degli ultimi progetti dell’allora patron Oliviero Pigini, con disegno di Augusto Pierdominici. La volontà era di offrire uno strumento professionale, d’elite, ma che non lo fosse anche nel prezzo. Si noti, ad esempio, che fu uno dei primi strumenti ad avere come chiavette le Grover die cast, che Pigini stesso ordinava negli Usa.

Legni d’eccellenza: ciliegio massello, acero occhiolinato, ebano.

Essendo una semiacustica hollow, cioè a cassa interamente vuota, suona molto bene sia da spenta che da elettrica. I pickup Eko Ferro-sonic sono molto corposi, molto più dei comuni single coil, allo  stesso tempo definiti e potenti.

Gli effetti hanno una sonorità molto attuale, soprattutto il fuzz e il boost, entrambi molto belli. Il tremolo si rivela un effetto interessante e che può ancora essere utilizzato con gusto. Gli effetti sono alimentati da due pile a 9 volt che non passano per il circuito primario, quindi se mancanti la chitarra funzionerà normalmente da passiva.

Un demo audio vintage delle Vox ci fa capire come suonano gli effetti onboard

Il manico è in tre pezzi di acero, è piuttosto sottile, scorrevole e comodissimo. La tastiera è in ebano con binding, la cassa ha fondo e tavola scavate in due pezzi di ciliegio massello. Il binding fronte/retro della cassa è molto elaborato e di gusto.

Il tremolo, in stile Bigsby, era fabbricato presso una fonderia di Civitanova Marche e le chiavette erano, di serie nella Electronic, le Grover Die Cast.

Gli operai Eko, capendone l’importanza, erano particolarmente orgogliosi di lavorare a questi strumenti e ci mettevano tutta la passione nel fabbricarle. Il tempo gliene ha reso merito perchè le Dragon sono arrivate ad oggi in condizioni eccellenti.

Di questa Dragon Electronic di Rascel ci parla Luciano Dell’Aquila, suo attuale proprietario:

«Rara e super equipaggiata, questa Eko Dragon fu di Renato Rascel, che la regalò al suo pianista Tony Sechi a Metá dei 70. Tony sposò mia sorella Liliana, nell’anno 83 e mi donò la chitarra, contento che ne avessi cura.

Me la portai in tour e a Padova le trovai un bel fodero rigido. Poi la usai solo in studio per registrare, troppo preziosa per portarla in locali fumosi e affollati. Vorrei venderla a qualcuno che la trattasse bene, é stata con me per circa 40 dei suoi 53 anni.

Tavola e fondo scolpiti in masello di ciliegio. Manico in tre pezzi incollati d’acero europeo, piatto dietro, stretto. Tastiera “vintage”, tasti in buone condizioni, tastiera in ebano. Segnatasti in celluloide, “binding” bianco su manico e a scacchi sulla cassa.

Panoramica della Dragon Electronic appartenuta a Renato Rascel

Tremolo meccanico tipo “Bigsby”, circuito a tre pick-up “Single-Coil” con interruttore per ognuno, potenziometri tono e volume in passivo. Installando 2 pile (9v) nel vano posteriore, si rendono attivi il distorsore, il tremolo elettronico e il treble/bass booster, tutti molto efficaci.

Timbriche vaste, nel range Fender, Gretsch, Rickenbacker. Meccaniche “Grover” originali. Questa bella Marchigiana conferma il talento della marca di Recanati, del “Made in Italy” e che il ” Multi-Bottonismo” dei 60 non sempre fu mero adorno.»

 

Per richieste info ed acquisto, rivolgersi a Gisèle

…ma come suona questa Eko Dragon Electronic che fu di Renato Rascel?

Clicca il pulsante e sblocca il video demo dei suoni della Eko Dragon Electronic di Renato Rascel

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…e il basso?

La versione basso è un animale estremamente sensuale e ricercato: la forma slanciata della paletta si sposa alla perfezione con le rotondità del corpo e quel bloccacorde così particolare è quasi un’opera d’arte di design minimalista…

Ringraziamenti

Purtroppo, postumi.

Un ringraziamento doveroso e sentito và all’intraprendenza tutta italiana che Oliviero Pigini impresse alla EKO, facendola diventare la fabbrica di strumenti a corda più grande e attiva d’Europa.

Un grazie di cuore ad Augusto Pierdominici, un grande designer e tecnico, il cui estro viene scoperto ed apprezzato sempre di più nel corso del tempo.

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Wandrè Rock 6

By Chitarre Vintage Italiane, Personaggi Storici, WandrèNo Comments

Parlando di personaggi iconici, è difficile che non venga subito in mente Wandrè con i suoi lavori al limite del paranormale e la Rock 6 è una delle sue più strane creature.

Lorenzo Tanini

Trovarsi al cospetto di uno strumento di Wandrè è come trovarsi di fronte ad un’opera d’arte moderna, lavori del genere dovrebbero avere un loro posto di diritto in ogni museo di arte contemporanea del mondo, talmente sono votate al design e all’arte concettuale.

Il nostro amico Gordy ha gentilmente prestato i suoi due esemplari di Rock 6 per la realizzazione di questo articolo, dicendoci che una delle due chitarre è disponibile per la vendita.

Incredibilmente ispirata alla tavoletta del w.c., prende le sue forme dalla Spazial, modello del quale conserva il perimetro ma modificandone sensibilmente le dimensioni: la Rock è più lunga di circa 7 cm, più stretta di circa 5 alle spalle e 7 ai fianchi mentre lo spessore è di circa 2 mm in meno.

Il modello Rock, sia basso che chitarra, è una vera e propria scultura, che richiama feticci e simbolismi ancestrali, una sorta di idolo ligneo inneggiante alla ‘Libertà’, che Wandrè identificava nel rock ma anche nell’atto della minzione stessa in quanto atto liberatorio, da questo l’ispirazione alla forma della ciambella del w.c.

L’essenza scelta per il body è il meraviglioso Padouk africano finito ad olio, legno durissimo e pesante tanto quanto affascinante, che contribuisce a conferire un gusto tribale a questo strumento unico.

Come di prassi, manico e paletta sono in alluminio, neck through e con la consueta copertura in plastica sul retro. Inizialmente attraversava il foro maggiore fino al tallone, ancorandosi ad una staffa trapezoidale di alluminio. In seguito venne accorciato e il foro rimase così libero, con grande guadagno del look generale dello strumento.

Per la Rock 6 non venne disegnata una paletta dedicata ma furono utilizzati i modelli già montati su Selene, Waid e Spazial dello stesso periodo.

La parte elettronica consta di due pickup Davoli e di volume, tono e selettore dei pickup, inseriti nel tipico scatolotto di lamiera di ottone cromato già usato in tutte le altre chitarre tranne la Bikini.

La particolarità estrema delle forme di questo strumento è data appunto dai due fori che si aprono nel body, quello grande che spesso ha forma di cuore o fagiolo, e quello piccolo, di sagoma variabile dal rotondo all’ellittico.

Si è erroneamente pensato che la foggia dei fori corrispondessero a diversi periodi produttivi, mentre più probabilmente differivano a piacere dell’operatore addetto alla sagomatura, oppure, molto più spesso, erano dettati dalla necessità di correggere eventuali difetti del legno, errori o scheggiature verificatesi durante la lavorazione di un legno difficile come il Padouk.

La Rock 6 è caratterizzata da un suono decisamente caldo e da un notevole sustain donato dal Padouk e dal foro inferiore che donna al corpo una forma tipo il celebre Scacciapensieri (o Marranzano), imitandone le capacità fisiche.

In questa chitarra ci si può soprendere a vederci di tutto, da una strana faccia con un solo occhio, alla sagoma di un uccello (personalmente ci vediamo qualcosa di molto simile all’uccellino Woodstock dei Peanuts).

La Rock 6 venne prodotta dal 2 settembre 1961 fino alla fine del 1962, i due esemplari qua in esposizione appartengono alla produzione del 1962.

Per ulteriori informazioni vi rimandiamo all’ottimo libro “Wandré – L’artista della chitarra elettrica” scritto dal maggior esperto di Wandré, il dott. Marco Ballestri.

Panoramica della Wandrè Rock 6

Vi starete chiedendo quale delle due chitarre sia in vendita, ebbene si tratta dell’esemplare con i segnatasti a dot che vi mostriamo qua sotto.

Sembra che questo esemplare sia lo stesso suonato da Eddy Grant con gli Equals, come visibile nel video di ‘Baby come back’ a Top of the Pops.

Per richieste di informazioni potete rivolgervi a Gordy.

Eddy Grant con The Equals in ‘Baby come back’ (Top of the Pops – 1968)

…ma il suono com’è?

Clicca il pulsante e sblocca il video demo dei suoni della Wandrè Rock 6

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…e il basso?

La versione basso probabilmente nacque prima della chitarra, e fu battezzata, appunto, Rock Basso.

Chitarra e basso condividevano lo stesso diapason di 32,6 ma il basso aveva un solo pickup e rimase in produzione fino alla fine del 1964.

Paletta e attaccacorde erano gli stessi del modello Waid e anche il controllo di volume, come nello stesso Waid, si trovava alla base dell’attaccacorde.

Come suona un Wandrè Rock Basso

Ringraziamenti

Ringraziamo il guppo Facebook e nostro affiliato Wandré Guitars che, nella persona del dottor Marco Ballestri, ci ha cortesemente fornito materiale informativo e fotografico, nonchè gentile consulenza.

Un ringraziamento doveroso và sempre all’artefice di tutto, quel Wandré che ci ha lasciato un patrimonio di arte e innovazione che non manca mai di farci rimanere in stupefatta ammirazione.

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EKO Auriga – la Biga degli Dei

By Chitarre Vintage Italiane2 Comments

Ispirata alla celebre Mandoguitar nei tempi in cui la Eko produceva per Vox, l’Auriga è uno splendido esempio di design italico, con le sue linee slanciate e ben proporzionate e la paletta “reverse” di derivazione Eko 700.

Lorenzo Tanini

L’anno di commercializzazione è il 1968 e solo a guardarla si viene proiettati in un’era fatta di feste beat, vestiti colorati e capelli a caschetto.

Augusto Pierdominici, l’uomo che guidò la Eko dopo la morte del fondatore Oliviero Pigini (tempi in cui un dirigente d’azienda doveva essere anche il suo designer di punta, esattamente come lo fu Pigini), fece certamente un lavoro eccellente, con questo strumento destinato al complesso Equipe 84.

La storia narra che Maurizio Vandelli abbia portato con sé in Eko una Gibson Firebird, chiedendo appositamente che lo strumento venisse realizzato con paletta “reverse” (capovolta).

Ispirata alla celebre Mandoguitar nei tempi in cui la Eko produceva per Vox, l’Auriga è uno splendido esempio di design italico, con le sue linee slanciate e ben proporzionate e la paletta, appunto, “reverse” di derivazione Eko 700.

I potenziometri, molto ben organizzati, seguono il profilo del body e sul corno trova posto il selettore dei pick-up, due single coil sovravvolti che esteticamente ricordano il design di quei Burns Trisonic resi famosi da Hank Marvin degli Shadows e dalla celebre Red Special di Brian May.

La parte elettronica è suddivisa in volume generale + volume e tono per ciascun pick-up, una configurazione piuttosto atipica per gli strumenti Eko, forse realizzata su richiesta del gruppo stesso. Il selettore è a slitta a tre posizioni.

Il tremolo è quello tipico delle solid body del periodo, il modello Eko 102, con la sua ampia e comoda leva stile Bigsby. Le chiavette sono di precisione, a bagno idraulico, marchiate Eko.

Il nomignolo Tavolozza (o anche Picasso) fu dato a causa della forma del body che ricorda appunto quello della tavolozza da pittura.

Furono prodotti 40 esemplari, più alcuni bassi e almeno un esemplare a 12 corde, visto anche in una foto con gli Equipe 84.

I legni utilizzati, da quel che è dato di capire, erano pioppo o ontano per il body, acero per il manico e palissandro ed ebano per la tastiera.

L’esemplare nelle foto è di proprietà del collezionista Simon Testamatta, che, comprensibilmente, non ha alcuna intenzione di separarsene: “Era in un armadio a casa di una signora anziana, l’ho pulita e messa con le altre della sua ‘categoria’, le Italiane.”

Clicca il pulsante e sblocca il video panoramica della Eko Auriga di Simon.

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Il Basso Auriga

Chiudiamo aggiungendo alcune immagini del basso Auriga, anch’esso nelle tipiche colorazioni rosso e sunburst.

L’esemplare rosso dentro la custodia appartiene al nostro affiliato, il collezionista Sergio Lombardi, mentre quello nell’immagine con la Auriga chitarra è di proprietà di un altro nostro affiliato, il collezionista Jacques Charbit, creatore della celebre linea di pedali effetto Jacques Pedals.

Infine, troviamo un sunburst in una vecchia foto di gruppo proveniente dall’Argentina.

Ringraziamenti

Si ringrazia Fetishguitars per l’utilizzo di alcune immagini.

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EKO 700 “Spaghetti alla Bolognese”

By Chitarre Vintage ItalianeNo Comments

Con questo articolo, Classic2vintage da spazio ad un nuovo collaboratore, il giovane liutaio Matteo Fontana, che ci presenta uno dei suoi ultimi lavori, una splendida Eko 700 uscita dalla capsula del tempo.

Lorenzo Tanini

Ma lasciamo la parola a Matteo:

«La serie Eko 700 venne prodotta dal 1961 al 1965 e tutti i modelli erano caratterizzati dalle tre spalle mancanti; quella posta sul lato inferiore della chitarra era ideata per suonare da seduti, con il manico rivolto verso l’alto, come da impostazione classica. Questa idea delle tre spalle mancanti, tipica dei modelli anni ’60 e chiamata anche “triple cutaway”, sembra essere frutto di Bartolini e dei fratelli Cingolani.

La serie 700 è ricca di dettagli ed è l’esempio perfetto per ricordare gli albori della Eko, quando si prendevano ancora i pezzi delle fisarmoniche, in particolare la celluloide, per costruire delle chitarre totalmente diverse rispetto a quelle che venivano prodotte in America.

La chitarra in mio possesso è una Eko 700 modello “Spaghetti alla Bolognese” e l’ho acquistata da un signore che l’aveva “dimenticata” per 58 anni nella sua custodia, dentro ad un armadio. Proprio per questo motivo lo strumento è in ottime condizioni, con colori e cromature ancora perfette.

Gli unici interventi che ho dovuto fare sono stati una leggera rettifica della tastiera, pulizia dell’elettronica e, ovviamente, un meritato cambio corde.

DESCRIZIONE DELLA CHITARRA

Questo strumento venne prodotto nella seconda metà del 1963, la datazione è facile perché nel corso di quell’anno i designer della Eko modificarono per l’ennesima volta piccoli dettagli nell’estetica della chitarra.

Viene chiamata “Spaghetti alla Bolognese” per il top in celluloide di colore rosa e oro. Il retro dello strumento, sempre in celluloide, è di un colore chiamato variegato all’amarena rosa; top e back sono uniti da un filetto in metallo color oro che sormonta le due coperture in plastica.

Il manico è unito al body con piastra a 4 viti, le meccaniche sono aperte, con bottoni ovali in plastica bianca, (presumibilmente meccaniche Van Gent). Il capotasto è in plastica bianca, la tastiera in palissandro ha sui lati un binding bianco; i tasti sono 21, più il tasto zero. Una particolarità delle Eko 700 sono i segna tasti in plastica bianca, la cui forma ricorda vagamente quella delle navicelle spaziali.

Il body, in multistrato come quasi tutti gli strumenti Eko dell’epoca, è sormontato da un battipenna bordeaux con il logo Eko in sovraimpressione. È proprio osservando il battipenna che si può affermare che questa chitarra è stata prodotta nella seconda metà del ’63 in quanto, rispetto alle chitarre prodotte nel primo semestre, questo battipenna è più arrotondato e gli è stato aggiunto anche un minijack con switch per remotare gli effetti.

Al di sotto del battipenna è ancorata tutta l’elettronica, con selezione dei pickup a 6 pulsanti, un volume e un tono. Il circuito viene chiamato a fisarmonica in quanto utilizza alcune parti, selettori compresi, che precedentemente erano utilizzati per la costruzione delle ormai antiquate fisarmoniche.

IL SUONO

Il suono è quello di una tipica chitarra vintage, quattro pickup single coil non molto potenti che ti obbligano a tenere le corde molto vicine; la cosa bella è che la selezione pickup funziona per preset e si hanno a disposizione 5 tipi di suono diverso.

Con il primo selettore chiamato M, tutti i pickup lavorano in contemporanea e si ottiene un suono molto bilanciato, perfetto per arpeggi e linee melodiche; è quello che potremmo paragonare al pickup al manico di una Fender.

Il secondo selettore chiamato 1, fa lavorare solo il primo pickup al manico, il suono è molto pastoso e mette in risalto i bassi, a discapito delle frequenze più alte.

Il terzo selettore, chiamato 4, fa lavorare solo il quarto pickup, quello al ponte. Il suono è l’opposto del precedente, molto tagliente ed elimina quasi completamente le frequenze basse.

Il quarto selettore invece è una combinazione tra il pickup al manico e il pickup al ponte, infatti è chiamato 1+4; il suono è potente, meno impastato rispetto ad M ed è molto gradevole.

Il quinto selettore è l’ultima combinazione e fa lavorare insieme i pickup in mezzo per questo è chiamato 2+3; anche in questo caso il suono è tagliente, simile al suono del terzo selettore ma con più volume, dovuto alla combinazione tra i due pickup.

Infine l’ultimo selettore è chiamato 0 (zero) e praticamente è un Off che, se selezionato, disattiva tutti e quattro i pickup.

CONCLUSIONI

Come in tutte le chitarre vintage, i difetti ci sono, ma la cosa più bella di questo strumento, oltre al suono che ti trasporta in un’altra epoca, è l’estetica, un’estetica davvero particolare ed innovativa, per il tempo futuristica e che rispecchia a pieno gli intenti della Eko nei suoi primi anni, cioè differenziarsi dalle già diffusissime chitarre americane.

Un’altra caratteristica meravigliosa è il riadattamento delle parti delle vecchie fisarmoniche, dalla copertura in celluloide alle componentistiche dell’elettronica. Il tutto è stato fatto così bene da non ricordare i vecchi strumenti popolari, ma porta piuttosto a pensare alla chitarra come ad un oggetto di design, ricco di dettagli e di peculiarità che ormai da anni non si vedono più.»

-Matteo Fontana-

«Liuteria Fontana è un progetto giovanissimo, nato dopo aver conseguito il diploma presso la Civica Scuola di Liuteria di Milano. Sono un giovane liutaio che ha voglia di imparare e migliorarsi, questo articolo è stata una grande occasione per esprimere il mio parere a riguardo di uno strumento davvero unico. Se vorrete vedere i miei lavori potete visitare le pagine Facebook e Instagram»

Come suona in saturazione una Eko 700 a quattro pickup.

Clicca il pulsante e sblocca il video demo dei suoni di questa Eko 700 “Spaghetti alla Bolognese”.

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The mysterious Serrini Bros

By Chitarre Vintage ItalianeNo Comments

Proseguiamo il nostro viaggio negli strumenti d'epoca con un altro rarissimo esemplare, probabilmente uno dei più rari al mondo, con buona probabilità che possa trattarsi addirittura di un prototipo mai entrato in produzione.

Lorenzo Tanini

Capita, fin troppo spesso, che nella sterminata produzione di strumenti italiani della regione delle Marche saltino fuori dei prototipi o degli esemplari rimasti ad una piccola produzione artigianale a scopo dimostrativo e mai entrata in produzione, era cosa comune in quel folle calderone di idee che erano gli anni 60 e 70 italiani, dove gli esempi di ottimo design si “sprecavano”, spesso anche letteralmente (in seguito altri in cerca di idee ne avrebbero approfittato e possiamo vederne esempi recentissimi anche nella produzione di arredo ed illuminazione di note multinazionali del settore).

Sembra proprio che questa Serrini Bros sia stata prodotta da una ditta che si ooccupava, com’era di prassi nella zona delle Marche, di fisarmoniche.  Le sparute notizie che si trovano in rete indicano la probabile appartenenza del marchio a Randolfo Serrini che, al ritorno dagli USA, fondò la ditta Lira a Castelfidardo, mantenendo i legami commerciali con l’ex socio Zoppi a Chicago.

Lo strumento si presenta con un design irregolare e slanciato, abbastanza atipico per la produzione italiana dell’epoca e ricordare i lavori di Jim Burns e Neal Moser e, in alcuni particolari, anche Wandrè e Dean Zelinsky.

Presente anche qua la tipica pulsantiera per la selezione della combinazione dei pickup che ritroviamo in gran parte degli strumenti di produzione marchigiana dell’epoca, molto simile a quelle che venivano installate anche su alcuni strumenti giapponesi di ispirazione italica. Tipici anche i quattro pickup single coil installati a coppie.

Ciò che desta particolarmente l’attenzione sono la paletta, che diventa biforcuta sulla sommità, la bella forma irregolare del corpo con i due corni audacemente sottili e slanciati e il particolare sunburst della finitura. E’ presente anche un tremolo di forma non proprio usuale. In complesso uno stumento dall’estetica piacevole e con una spiccata personalità.

Il possessore della chitarra, il collezionista Gordy Ramz, ha acquistato la Serrini Bros direttamente dall’Australia nel 2011 e molto gentilmente ci ha inviato immagini, video e la documentazione in suo possesso, un post del 2008 reperito su un forum e dal quale risulta che lo strumento è stato rinvenuto nel 2007 in una discarica.

Lo strumento è stato sottoposto ad una approfondita manutenzione e attualmente si trova in perfetto stato di funzionamento.

Per il momento è tutto, speriamo di poter aggiornare l’articolo quanto prima con nuove ed interessanti informazioni e magari anche con il ritrovamento di altri strumenti della Lira/Serrini.

Clicca sul pulsante sotto per sbloccare una galleria di video di Gordy sulla Serrini Bros.

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