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Chitarre Vintage Italiane

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Wandrè Blue Jeans

By Chitarre Vintage Italiane, Personaggi Storici, WandrèNo Comments

Oggi presentiamo una splendida Wandrè Blue Jeans di proprietà del collezionista Renato Cavallaro.

Lorenzo Tanini

Una delle primissime Blue Jeans con manico in legno.

La Blue Jeans, come anche il nome suggerisce, nasce come strumento economico dedicato ai giovani principianti o dilettanti.

Molto probabilmente antecedente alla sorella Piper, la B.J. verrà poi rinominata Teenager, a sugellare ancora di più il suo essere destinata principalmente a quella fetta di mercato.

Principale differenza con la Piper, è la spalla mancante Florentine, che ne alleggerisce la silouette, rendendola ancora più provocante e moderna, un classico moderno come i blue jeans, si potrebbe dire.

Per rendere più economica la BJ fu deciso di utilizzare un manico in legno, invece che di alluminio, e (su suggerimento di Athos Davoli) l’abolizione di tutti gli elementi non strettamente indispensabili come la presa jack, che venne sostituita con un cavo attaccato al battipenna.

Il prezzo venne così fissato a 18.000 lire per la chitarra e 34.000 per il set chitarra + amplificatore da 4-5 watt.

Attraverso varie modifiche, la Blue Jeans rimarrà in produzione dal 1958-59 fino al 1967, diventando così il modello più popolare e venduto della produzione Wandrè.

Nel corso degli anni, la B.J. subirà diverse modifiche, tra cui alcune rarissime come i primissimi esemplari con manico in legno dalla particolare sezione a trifoglio, quelle con i fori armonici dalla curiosa sagoma che ricorda lo zoccolo del cammello, quelle prive di fori armonici e con 3 pick-up.

Nel 1961 verranno inserite la Nuova B.J. e la B.J. Major.

La prima ha manico con “anima indeformabile in metallo, registrabile (brevetto Wandrè)” e vernice poliestere.

La Major invece ha manico in alluminio con paletta, sempre di alluminio, saldata. Il suddetto manico è fissato al corpo tramite un dispositivo basculante che consente la regolazione fine dell’angolazione manico-cassa e di conseguenza dell’action.

Ulteriori aggiunte furono il ponticello regolabile in altezza, il piano armonico convesso con una nuova foggia dei fori armonici, un nuovo battipenna dotato di due pick-up, controllo volume e tono e uscita jack microfonica.

Nelle B.J. si susseguirono poi ulteriori modifiche, come il battipenna in plexyglass, il manico neck-thru, la foggia differente dei fori armonici ed addirittura la loro scomparsa.

Il nome Tri-Lam è invece improprio e deriva dal compensato tri-lamellare con il quale veniva fabbricata la B.J. ma anche la maggior parte degli altri modelli Wandrè.

Per maggiori informazioni vi rimandiamo all’ottimo libro “Wandré – L’artista della chitarra elettrica” scritto dal maggior esperto di Wandré, il dott. Marco Ballestri.

…ma come suona?

Clicca il pulsante e ascolta il suono della Blue Jeans dalle dita del grande Mario Evangelista.

Panoramica della stupenda Blue Jeans di Renato Cavallaro

Una recensione di una Wandrè Blue Jeans del nostro affiliato Fernando Temporão

Ringraziamenti

Ringraziamo il guppo Facebook e nostro affiliato Wandré Guitars che, nella persona del dottor Marco Ballestri, ci ha cortesemente fornito materiale informativo e fotografico, nonchè gentile consulenza.

Un ringraziamento doveroso và sempre all’artefice di tutto, quel Wandré che ci ha lasciato un patrimonio di arte e innovazione che non manca mai di farci rimanere in stupefatta ammirazione.

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Eko Dragon Electronic Renato Rascel

By Chitarre Vintage Italiane, Bassi Vintage Italiani, Effetti Vintage ItalianiNo Comments

Abbiamo in vetrina uno strumento particolare, la Eko Dragon appartenuta a Renato Rascel e sappiamo già che faremo la felicità dei collezionisti dicendo che è in vendita.

Lorenzo Tanini

Renato Rascel con Marisa Allasio nel film “Arrivederci Roma”

Renato Rascel, al secolo Renato Ranucci, è stato un artista poliedrico di grande fama, soprattutto nel periodo che va dagli anni 40 agli anni 70. Era attore, comico, cantautore, ballerino, presentatore e e addirittura giornalista.

Compose un brano per Sanremo e anche la famosissima “Arrivederci Roma”, tema del film omonimo che interpretò al fianco di Marisa Allasio, celebre attrice e sex symbol del periodo. Lavorò molto nel cinema e in teatro.

In televisione fu particolarmente famosa la serie di telefilm Rai “I racconti di padre Brown”, tratta dai noti racconti di Chesterton.

Ad un certo punto della sua vita, Rascel acquistò o commissionò una Eko Dragon Electronic.

Catalogo EKO 1967

La Eko Dragon è uno strumento di alta fascia che veniva prodotto dalla Eko in numero limitato, la versione Electronic è ancora più rara e reca una serie di effetti onboard piuttosto interessanti e niente affatto inutili.

Essendo le Dragon Electronic fabbricate in parallelo con le chitarre Vox, gli effetti, fuzz, bass & treble boost e tremolo, sono dello stesso tipo di quelli che si trovano sulle Ultrasonic, Chetaah, Bossman, Grand Prix Starstream, ma anche sulla Apollo, chitarra che veniva sempre prodotta da Eko per la Vox ed era praticamente la versione per gli Usa della Dragon, con un solo pickup e paletta di foggia diversa.

L’attrice Elizabeth Montgomery con una coloratissima versione di una Vox Apollo, in un episodio della celebre serie tv “Vita da Strega”

La Vox entrò con forza negli Stati Uniti e gli strumenti prodotti dalla Eko fecero furore nel mercato americano, le si vedevano in mano a molti dei gruppi psichedelici e pop dell’epoca, diventandone un simbolo. Si può addirittura ammirare una Apollo rifinita in colorazione psych imbracciata da Elizabeth Montgomery in un divertente episodio della celebre serie tv “Vita da Strega”.

La prima produzione della Dragon risale al 1967 e si tratta di uno degli ultimi progetti dell’allora patron Oliviero Pigini, con disegno di Augusto Pierdominici. La volontà era di offrire uno strumento professionale, d’elite, ma che non lo fosse anche nel prezzo. Si noti, ad esempio, che fu uno dei primi strumenti ad avere come chiavette le Grover die cast, che Pigini stesso ordinava negli Usa.

Legni d’eccellenza: ciliegio massello, acero occhiolinato, ebano.

Essendo una semiacustica hollow, cioè a cassa interamente vuota, suona molto bene sia da spenta che da elettrica. I pickup Eko Ferro-sonic sono molto corposi, molto più dei comuni single coil, allo  stesso tempo definiti e potenti.

Gli effetti hanno una sonorità molto attuale, soprattutto il fuzz e il boost, entrambi molto belli. Il tremolo si rivela un effetto interessante e che può ancora essere utilizzato con gusto. Gli effetti sono alimentati da due pile a 9 volt che non passano per il circuito primario, quindi se mancanti la chitarra funzionerà normalmente da passiva.

Un demo audio vintage delle Vox ci fa capire come suonano gli effetti onboard

Il manico è in tre pezzi di acero, è piuttosto sottile, scorrevole e comodissimo. La tastiera è in ebano con binding, la cassa ha fondo e tavola scavate in due pezzi di ciliegio massello. Il binding fronte/retro della cassa è molto elaborato e di gusto.

Il tremolo, in stile Bigsby, era fabbricato presso una fonderia di Civitanova Marche e le chiavette erano, di serie nella Electronic, le Grover Die Cast.

Gli operai Eko, capendone l’importanza, erano particolarmente orgogliosi di lavorare a questi strumenti e ci mettevano tutta la passione nel fabbricarle. Il tempo gliene ha reso merito perchè le Dragon sono arrivate ad oggi in condizioni eccellenti.

Di questa Dragon Electronic di Rascel ci parla Luciano Dell’Aquila, suo attuale proprietario:

«Rara e super equipaggiata, questa Eko Dragon fu di Renato Rascel, che la regalò al suo pianista Tony Sechi a Metá dei 70. Tony sposò mia sorella Liliana, nell’anno 83 e mi donò la chitarra, contento che ne avessi cura.

Me la portai in tour e a Padova le trovai un bel fodero rigido. Poi la usai solo in studio per registrare, troppo preziosa per portarla in locali fumosi e affollati. Vorrei venderla a qualcuno che la trattasse bene, é stata con me per circa 40 dei suoi 53 anni.

Tavola e fondo scolpiti in masello di ciliegio. Manico in tre pezzi incollati d’acero europeo, piatto dietro, stretto. Tastiera “vintage”, tasti in buone condizioni, tastiera in ebano. Segnatasti in celluloide, “binding” bianco su manico e a scacchi sulla cassa.

Panoramica della Dragon Electronic appartenuta a Renato Rascel

Tremolo meccanico tipo “Bigsby”, circuito a tre pick-up “Single-Coil” con interruttore per ognuno, potenziometri tono e volume in passivo. Installando 2 pile (9v) nel vano posteriore, si rendono attivi il distorsore, il tremolo elettronico e il treble/bass booster, tutti molto efficaci.

Timbriche vaste, nel range Fender, Gretsch, Rickenbacker. Meccaniche “Grover” originali. Questa bella Marchigiana conferma il talento della marca di Recanati, del “Made in Italy” e che il ” Multi-Bottonismo” dei 60 non sempre fu mero adorno.»

 

Per richieste info ed acquisto, rivolgersi a Gisèle

…ma come suona questa Eko Dragon Electronic che fu di Renato Rascel?

Clicca il pulsante e sblocca il video demo dei suoni della Eko Dragon Electronic di Renato Rascel

…e il basso?

La versione basso è un animale estremamente sensuale e ricercato: la forma slanciata della paletta si sposa alla perfezione con le rotondità del corpo e quel bloccacorde così particolare è quasi un’opera d’arte di design minimalista…

Ringraziamenti

Purtroppo, postumi.

Un ringraziamento doveroso e sentito và all’intraprendenza tutta italiana che Oliviero Pigini impresse alla EKO, facendola diventare la fabbrica di strumenti a corda più grande e attiva d’Europa.

Un grazie di cuore ad Augusto Pierdominici, un grande designer e tecnico, il cui estro viene scoperto ed apprezzato sempre di più nel corso del tempo.

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Wandrè Rock 6

By Chitarre Vintage Italiane, Personaggi Storici, WandrèNo Comments

Parlando di personaggi iconici, è difficile che non venga subito in mente Wandrè con i suoi lavori al limite del paranormale e la Rock 6 è una delle sue più strane creature.

Lorenzo Tanini

Trovarsi al cospetto di uno strumento di Wandrè è come trovarsi di fronte ad un’opera d’arte moderna, lavori del genere dovrebbero avere un loro posto di diritto in ogni museo di arte contemporanea del mondo, talmente sono votate al design e all’arte concettuale.

Il nostro amico Gordy ha gentilmente prestato i suoi due esemplari di Rock 6 per la realizzazione di questo articolo, dicendoci che una delle due chitarre è disponibile per la vendita.

Incredibilmente ispirata alla tavoletta del w.c., prende le sue forme dalla Spazial, modello del quale conserva il perimetro ma modificandone sensibilmente le dimensioni: la Rock è più lunga di circa 7 cm, più stretta di circa 5 alle spalle e 7 ai fianchi mentre lo spessore è di circa 2 mm in meno.

Il modello Rock, sia basso che chitarra, è una vera e propria scultura, che richiama feticci e simbolismi ancestrali, una sorta di idolo ligneo inneggiante alla ‘Libertà’, che Wandrè identificava nel rock ma anche nell’atto della minzione stessa in quanto atto liberatorio, da questo l’ispirazione alla forma della ciambella del w.c.

L’essenza scelta per il body è il meraviglioso Padouk africano finito ad olio, legno durissimo e pesante tanto quanto affascinante, che contribuisce a conferire un gusto tribale a questo strumento unico.

Come di prassi, manico e paletta sono in alluminio, neck through e con la consueta copertura in plastica sul retro. Inizialmente attraversava il foro maggiore fino al tallone, ancorandosi ad una staffa trapezoidale di alluminio. In seguito venne accorciato e il foro rimase così libero, con grande guadagno del look generale dello strumento.

Per la Rock 6 non venne disegnata una paletta dedicata ma furono utilizzati i modelli già montati su Selene, Waid e Spazial dello stesso periodo.

La parte elettronica consta di due pickup Davoli e di volume, tono e selettore dei pickup, inseriti nel tipico scatolotto di lamiera di ottone cromato già usato in tutte le altre chitarre tranne la Bikini.

La particolarità estrema delle forme di questo strumento è data appunto dai due fori che si aprono nel body, quello grande che spesso ha forma di cuore o fagiolo, e quello piccolo, di sagoma variabile dal rotondo all’ellittico.

Si è erroneamente pensato che la foggia dei fori corrispondessero a diversi periodi produttivi, mentre più probabilmente differivano a piacere dell’operatore addetto alla sagomatura, oppure, molto più spesso, erano dettati dalla necessità di correggere eventuali difetti del legno, errori o scheggiature verificatesi durante la lavorazione di un legno difficile come il Padouk.

La Rock 6 è caratterizzata da un suono decisamente caldo e da un notevole sustain donato dal Padouk e dal foro inferiore che donna al corpo una forma tipo il celebre Scacciapensieri (o Marranzano), imitandone le capacità fisiche.

In questa chitarra ci si può soprendere a vederci di tutto, da una strana faccia con un solo occhio, alla sagoma di un uccello (personalmente ci vediamo qualcosa di molto simile all’uccellino Woodstock dei Peanuts).

La Rock 6 venne prodotta dal 2 settembre 1961 fino alla fine del 1962, i due esemplari qua in esposizione appartengono alla produzione del 1962.

Per ulteriori informazioni vi rimandiamo all’ottimo libro “Wandré – L’artista della chitarra elettrica” scritto dal maggior esperto di Wandré, il dott. Marco Ballestri.

Panoramica della Wandrè Rock 6

Vi starete chiedendo quale delle due chitarre sia in vendita, ebbene si tratta dell’esemplare con i segnatasti a dot che vi mostriamo qua sotto.

Sembra che questo esemplare sia lo stesso suonato da Eddy Grant con gli Equals, come visibile nel video di ‘Baby come back’ a Top of the Pops.

Per richieste di informazioni potete rivolgervi a Gordy.

Eddy Grant con The Equals in ‘Baby come back’ (Top of the Pops – 1968)

…ma il suono com’è?

Clicca il pulsante e sblocca il video demo dei suoni della Wandrè Rock 6

…e il basso?

La versione basso probabilmente nacque prima della chitarra, e fu battezzata, appunto, Rock Basso.

Chitarra e basso condividevano lo stesso diapason di 32,6 ma il basso aveva un solo pickup e rimase in produzione fino alla fine del 1964.

Paletta e attaccacorde erano gli stessi del modello Waid e anche il controllo di volume, come nello stesso Waid, si trovava alla base dell’attaccacorde.

Come suona un Wandrè Rock Basso

Ringraziamenti

Ringraziamo il guppo Facebook e nostro affiliato Wandré Guitars che, nella persona del dottor Marco Ballestri, ci ha cortesemente fornito materiale informativo e fotografico, nonchè gentile consulenza.

Un ringraziamento doveroso và sempre all’artefice di tutto, quel Wandré che ci ha lasciato un patrimonio di arte e innovazione che non manca mai di farci rimanere in stupefatta ammirazione.

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EKO Auriga – la Biga degli Dei

By Chitarre Vintage Italiane2 Comments

Ispirata alla celebre Mandoguitar nei tempi in cui la Eko produceva per Vox, l’Auriga è uno splendido esempio di design italico, con le sue linee slanciate e ben proporzionate e la paletta “reverse” di derivazione Eko 700.

Lorenzo Tanini

L’anno di commercializzazione è il 1968 e solo a guardarla si viene proiettati in un’era fatta di feste beat, vestiti colorati e capelli a caschetto.

Augusto Pierdominici, l’uomo che guidò la Eko dopo la morte del fondatore Oliviero Pigini (tempi in cui un dirigente d’azienda doveva essere anche il suo designer di punta, esattamente come lo fu Pigini), fece certamente un lavoro eccellente, con questo strumento destinato al complesso Equipe 84.

La storia narra che Maurizio Vandelli abbia portato con sé in Eko una Gibson Firebird, chiedendo appositamente che lo strumento venisse realizzato con paletta “reverse” (capovolta).

Ispirata alla celebre Mandoguitar nei tempi in cui la Eko produceva per Vox, l’Auriga è uno splendido esempio di design italico, con le sue linee slanciate e ben proporzionate e la paletta, appunto, “reverse” di derivazione Eko 700.

I potenziometri, molto ben organizzati, seguono il profilo del body e sul corno trova posto il selettore dei pick-up, due single coil sovravvolti che esteticamente ricordano il design di quei Burns Trisonic resi famosi da Hank Marvin degli Shadows e dalla celebre Red Special di Brian May.

La parte elettronica è suddivisa in volume generale + volume e tono per ciascun pick-up, una configurazione piuttosto atipica per gli strumenti Eko, forse realizzata su richiesta del gruppo stesso. Il selettore è a slitta a tre posizioni.

Il tremolo è quello tipico delle solid body del periodo, il modello Eko 102, con la sua ampia e comoda leva stile Bigsby. Le chiavette sono di precisione, a bagno idraulico, marchiate Eko.

Il nomignolo Tavolozza (o anche Picasso) fu dato a causa della forma del body che ricorda appunto quello della tavolozza da pittura.

Furono prodotti 40 esemplari, più alcuni bassi e almeno un esemplare a 12 corde, visto anche in una foto con gli Equipe 84.

I legni utilizzati, da quel che è dato di capire, erano pioppo o ontano per il body, acero per il manico e palissandro ed ebano per la tastiera.

L’esemplare nelle foto è di proprietà del collezionista Simon Testamatta, che, comprensibilmente, non ha alcuna intenzione di separarsene: “Era in un armadio a casa di una signora anziana, l’ho pulita e messa con le altre della sua ‘categoria’, le Italiane.”

Clicca il pulsante e sblocca il video panoramica della Eko Auriga di Simon.

Il Basso Auriga

Chiudiamo aggiungendo alcune immagini del basso Auriga, anch’esso nelle tipiche colorazioni rosso e sunburst.

L’esemplare rosso dentro la custodia appartiene al nostro affiliato, il collezionista Sergio Lombardi, mentre quello nell’immagine con la Auriga chitarra è di proprietà di un altro nostro affiliato, il collezionista Jacques Charbit, creatore della celebre linea di pedali effetto Jacques Pedals.

Infine, troviamo un sunburst in una vecchia foto di gruppo proveniente dall’Argentina.

Ringraziamenti

Si ringrazia Fetishguitars per l’utilizzo di alcune immagini.

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EKO 700 “Spaghetti alla Bolognese”

By Chitarre Vintage ItalianeNo Comments

Con questo articolo, Classic2vintage da spazio ad un nuovo collaboratore, il giovane liutaio Matteo Fontana, che ci presenta uno dei suoi ultimi lavori, una splendida Eko 700 uscita dalla capsula del tempo.

Lorenzo Tanini

Ma lasciamo la parola a Matteo:

«La serie Eko 700 venne prodotta dal 1961 al 1965 e tutti i modelli erano caratterizzati dalle tre spalle mancanti; quella posta sul lato inferiore della chitarra era ideata per suonare da seduti, con il manico rivolto verso l’alto, come da impostazione classica. Questa idea delle tre spalle mancanti, tipica dei modelli anni ’60 e chiamata anche “triple cutaway”, sembra essere frutto di Bartolini e dei fratelli Cingolani.

La serie 700 è ricca di dettagli ed è l’esempio perfetto per ricordare gli albori della Eko, quando si prendevano ancora i pezzi delle fisarmoniche, in particolare la celluloide, per costruire delle chitarre totalmente diverse rispetto a quelle che venivano prodotte in America.

La chitarra in mio possesso è una Eko 700 modello “Spaghetti alla Bolognese” e l’ho acquistata da un signore che l’aveva “dimenticata” per 58 anni nella sua custodia, dentro ad un armadio. Proprio per questo motivo lo strumento è in ottime condizioni, con colori e cromature ancora perfette.

Gli unici interventi che ho dovuto fare sono stati una leggera rettifica della tastiera, pulizia dell’elettronica e, ovviamente, un meritato cambio corde.

DESCRIZIONE DELLA CHITARRA

Questo strumento venne prodotto nella seconda metà del 1963, la datazione è facile perché nel corso di quell’anno i designer della Eko modificarono per l’ennesima volta piccoli dettagli nell’estetica della chitarra.

Viene chiamata “Spaghetti alla Bolognese” per il top in celluloide di colore rosa e oro. Il retro dello strumento, sempre in celluloide, è di un colore chiamato variegato all’amarena rosa; top e back sono uniti da un filetto in metallo color oro che sormonta le due coperture in plastica.

Il manico è unito al body con piastra a 4 viti, le meccaniche sono aperte, con bottoni ovali in plastica bianca, (presumibilmente meccaniche Van Gent). Il capotasto è in plastica bianca, la tastiera in palissandro ha sui lati un binding bianco; i tasti sono 21, più il tasto zero. Una particolarità delle Eko 700 sono i segna tasti in plastica bianca, la cui forma ricorda vagamente quella delle navicelle spaziali.

Il body, in multistrato come quasi tutti gli strumenti Eko dell’epoca, è sormontato da un battipenna bordeaux con il logo Eko in sovraimpressione. È proprio osservando il battipenna che si può affermare che questa chitarra è stata prodotta nella seconda metà del ’63 in quanto, rispetto alle chitarre prodotte nel primo semestre, questo battipenna è più arrotondato e gli è stato aggiunto anche un minijack con switch per remotare gli effetti.

Al di sotto del battipenna è ancorata tutta l’elettronica, con selezione dei pickup a 6 pulsanti, un volume e un tono. Il circuito viene chiamato a fisarmonica in quanto utilizza alcune parti, selettori compresi, che precedentemente erano utilizzati per la costruzione delle ormai antiquate fisarmoniche.

IL SUONO

Il suono è quello di una tipica chitarra vintage, quattro pickup single coil non molto potenti che ti obbligano a tenere le corde molto vicine; la cosa bella è che la selezione pickup funziona per preset e si hanno a disposizione 5 tipi di suono diverso.

Con il primo selettore chiamato M, tutti i pickup lavorano in contemporanea e si ottiene un suono molto bilanciato, perfetto per arpeggi e linee melodiche; è quello che potremmo paragonare al pickup al manico di una Fender.

Il secondo selettore chiamato 1, fa lavorare solo il primo pickup al manico, il suono è molto pastoso e mette in risalto i bassi, a discapito delle frequenze più alte.

Il terzo selettore, chiamato 4, fa lavorare solo il quarto pickup, quello al ponte. Il suono è l’opposto del precedente, molto tagliente ed elimina quasi completamente le frequenze basse.

Il quarto selettore invece è una combinazione tra il pickup al manico e il pickup al ponte, infatti è chiamato 1+4; il suono è potente, meno impastato rispetto ad M ed è molto gradevole.

Il quinto selettore è l’ultima combinazione e fa lavorare insieme i pickup in mezzo per questo è chiamato 2+3; anche in questo caso il suono è tagliente, simile al suono del terzo selettore ma con più volume, dovuto alla combinazione tra i due pickup.

Infine l’ultimo selettore è chiamato 0 (zero) e praticamente è un Off che, se selezionato, disattiva tutti e quattro i pickup.

CONCLUSIONI

Come in tutte le chitarre vintage, i difetti ci sono, ma la cosa più bella di questo strumento, oltre al suono che ti trasporta in un’altra epoca, è l’estetica, un’estetica davvero particolare ed innovativa, per il tempo futuristica e che rispecchia a pieno gli intenti della Eko nei suoi primi anni, cioè differenziarsi dalle già diffusissime chitarre americane.

Un’altra caratteristica meravigliosa è il riadattamento delle parti delle vecchie fisarmoniche, dalla copertura in celluloide alle componentistiche dell’elettronica. Il tutto è stato fatto così bene da non ricordare i vecchi strumenti popolari, ma porta piuttosto a pensare alla chitarra come ad un oggetto di design, ricco di dettagli e di peculiarità che ormai da anni non si vedono più.»

-Matteo Fontana-

«Liuteria Fontana è un progetto giovanissimo, nato dopo aver conseguito il diploma presso la Civica Scuola di Liuteria di Milano. Sono un giovane liutaio che ha voglia di imparare e migliorarsi, questo articolo è stata una grande occasione per esprimere il mio parere a riguardo di uno strumento davvero unico. Se vorrete vedere i miei lavori potete visitare le pagine Facebook e Instagram»

Come suona in saturazione una Eko 700 a quattro pickup.

Clicca il pulsante e sblocca il video demo dei suoni di questa Eko 700 “Spaghetti alla Bolognese”.

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The mysterious Serrini Bros

By Chitarre Vintage ItalianeNo Comments

Proseguiamo il nostro viaggio negli strumenti d'epoca con un altro rarissimo esemplare, probabilmente uno dei più rari al mondo, con buona probabilità che possa trattarsi addirittura di un prototipo mai entrato in produzione.

Lorenzo Tanini

Capita, fin troppo spesso, che nella sterminata produzione di strumenti italiani della regione delle Marche saltino fuori dei prototipi o degli esemplari rimasti ad una piccola produzione artigianale a scopo dimostrativo e mai entrata in produzione, era cosa comune in quel folle calderone di idee che erano gli anni 60 e 70 italiani, dove gli esempi di ottimo design si “sprecavano”, spesso anche letteralmente (in seguito altri in cerca di idee ne avrebbero approfittato e possiamo vederne esempi recentissimi anche nella produzione di arredo ed illuminazione di note multinazionali del settore).

Sembra proprio che questa Serrini Bros sia stata prodotta da una ditta che si ooccupava, com’era di prassi nella zona delle Marche, di fisarmoniche.  Le sparute notizie che si trovano in rete indicano la probabile appartenenza del marchio a Randolfo Serrini che, al ritorno dagli USA, fondò la ditta Lira a Castelfidardo, mantenendo i legami commerciali con l’ex socio Zoppi a Chicago.

Lo strumento si presenta con un design irregolare e slanciato, abbastanza atipico per la produzione italiana dell’epoca e ricordare i lavori di Jim Burns e Neal Moser e, in alcuni particolari, anche Wandrè e Dean Zelinsky.

Presente anche qua la tipica pulsantiera per la selezione della combinazione dei pickup che ritroviamo in gran parte degli strumenti di produzione marchigiana dell’epoca, molto simile a quelle che venivano installate anche su alcuni strumenti giapponesi di ispirazione italica. Tipici anche i quattro pickup single coil installati a coppie.

Ciò che desta particolarmente l’attenzione sono la paletta, che diventa biforcuta sulla sommità, la bella forma irregolare del corpo con i due corni audacemente sottili e slanciati e il particolare sunburst della finitura. E’ presente anche un tremolo di forma non proprio usuale. In complesso uno stumento dall’estetica piacevole e con una spiccata personalità.

Il possessore della chitarra, il collezionista Gordy Ramz, ha acquistato la Serrini Bros direttamente dall’Australia nel 2011 e molto gentilmente ci ha inviato immagini, video e la documentazione in suo possesso, un post del 2008 reperito su un forum e dal quale risulta che lo strumento è stato rinvenuto nel 2007 in una discarica.

Lo strumento è stato sottoposto ad una approfondita manutenzione e attualmente si trova in perfetto stato di funzionamento.

Per il momento è tutto, speriamo di poter aggiornare l’articolo quanto prima con nuove ed interessanti informazioni e magari anche con il ritrovamento di altri strumenti della Lira/Serrini.

Clicca sul pulsante sotto per sbloccare una galleria di video di Gordy sulla Serrini Bros.

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Godwin “The Organ”

By Chitarre Organo, Chitarre Vintage Italiane, Sintetizzatori Vintage ItalianiNo Comments

Ad un certo punto la magica follia tecnologica degli anni 60 partorì il suo “mostro”: dopo che Bob Murrell ebbe presentato i suoi primi esperimenti e la Vox ebbe pensato bene di trasferire il modulo sonoro del suo organo Continental dentro il corpo di una chitarra Phantom VI, altri furono gli esempi che seguirono e tra i vari non si può non menzionare il progetto probabilmente più affascinante e tecnicamente meglio riuscito, la Godwin The Organ. Di anno di nascita incerto, c’è chi la assegna alla metà degli anni 70 e chi all’inizio, sicuramente lo strumento prodotto per Godwin/Sisme è quello più affascinante della famiglia delle chitarre riproducenti suoni di organo.

Lorenzo Tanini

Vera antesignana del guitar synth, la The Organ vede la genialità Italiana spingersi al suo massimo: ogni tasto del manico, diviso in 6 segmenti, aveva collegamenti elettrici in modo che quando entravano in contatto col la corda si otteneva lo stesso effetto dello spingere un tasto su un organo, il contatto elettrico si chiude e la nota suona perfettamente e senza possibilità di errore. In questo la Godwin non ha rivali: nessuna latenza o sfarfallio dovuto ad un pessimo tracking (tracciamento della nota), difetto presente in quasi ognuno dei primi guitar synth e spesso anche negli attuali. Questo la pone, dicevamo, come vera antesignana delle chitarre synth.

Oltre al suono di organo elettronico, la The Organ è anche una “normale” chitarra elettrica, equipaggiata con una coppia di pickup che ricordano lo stile lipstick, con bilanciamento e volume regolabili. L’elettronica è alloggiata dentro allo strumento, in uno scomparto posto sul retro e sotto al largo battipenna che ospita i vari controlli (19 switch e 13 potenziometri sul modello di punta e 16 switch e 4 pot sul modello “economico”), mentre il complesso sistema elettronico è alimentato da un apposito power pack racchiuso in un box nel quale è inserito anche un pedale del volume. Fondamentalmente, gli interruttori rotativi assurgono alla funzione dei drawbars e ciascun “drawbar” può essere inserito o disinserito, il musicista può così aggiungere o sottrarre il numero di “percussioni” desiderato e regolare la velocità del tremolo tramite i controlli on board.

L’estetica di questo strumento parla da sola e si nota al volo che fu pensato per il mercato Usa (come spesso avveniva con gli strumenti a marchio Godwin): una particolare e moderna versione del doppio Florentine cutaway arricchisce le forme sinuose di questa hollow body interamente costruita in acero con una splendida buca a forma di S e altri cinque sound-holes di varie lunghezze, anche questi con retina argentata, vanno ad ornare il top. Il comodo manico panciuto in 3 pezzi, anch’esso in acero, è assicurato al body da una piastra a 4 viti con pin reggi-tracolla, numero seriale e la dicitura “Made In Italy”.

I segnatasti di tipo micro dot neri si trovano lateralmente, sul binding che corre ai bordi della tastiera, mentre la bella e moderna paletta stilizzata recante il bel logo Godwin Organ è equipaggiata con le ottime meccaniche Grover Rotomatic. La tastiera in palissandro è dotata di 21 tasti suddivisi in 6 segmenti per altrettanti contatti elettrici individuali. Il ponte è tipicamente regolabile in altezza, con 6 sellette anch’esse regolabili individualmente ed ha copertura poggiamano, mentre il piacevole attaccacorde a trapezio con la G del logo è ancorato con 3 viti.

La forma della Organ ha una personalità che si distingue ed ogni particolare è decisamente ben equilibrato: ci troviamo davanti ad un’estetica di grande fascino ed è un peccato non sia stata commercializzata anche come chitarra elettrica hollow body a sé stante perché sicuramente avrebbe riscosso un successo tutto suo.

L’endorser più conosciuto di questo strumento fu Peter Van Wood, che ne fu evidentemente tanto entusiasta da dedicargli addirittura un album dal titolo “Van Wood and His Magic Guitar Organ”, facendosi ritrarre in copertina con la The Organ in bella mostra.

Purtroppo non si riescono a trovare molti file video, tranne questi pochi che non rendono bene l’idea del funzionamento e delle sonorità dello strumento (nell’ultimo la chitarra non ha più nemmeno la sezione elettronica dell’organo). Nel primo è però possibile vedere il frammento di una esibizione dal vivo di Van Wood con la sua chitarra organo.

Clicca qua sotto per sbloccare il video di Van Wood con la chitarra Organo.