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Personaggi Storici

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Keith Mansfield – Our Coming Attraction

By Cinema, Musica, Personaggi StoriciNo Comments

Keith Mansfield, famoso per la sua Funky Fanfare resa celebre da Quentin Tarantino con i film Kill Bill e Grindhouse, è un compositore anglosassone autore di un sorprendente quantitativo di temi da librerie musicali davvero ottimi, capaci di evocare positività nell’ascoltatore.
Nel settore della cosiddetta Muzak è facilmente considerabile un genio, elevandosi ad un livello superiore rispetto agli altri compositori di quel filone e, con un’impressionante curriculum di oltre 60 album pubblicati in circa 30 anni di carriera, anche uno dei più prolifici di sempre.

Lorenzo Tanini

Mansfield, classe 1941, londinese, negli anni ’60 e ’70 è stato una figura fondamentale nella scena musicale delle librerie musicali anglosassoni e ha registrato un grande numero di brani per l’etichetta specialistica KPM (iniziali di Keith-Prowse-Maurice, allora divisione della EMI).

Nel settore della cosiddetta Muzak è facilmente considerabile un genio, elevandosi ad un livello superiore rispetto agli altri compositori di quel filone e, con un’impressionante curriculum di oltre 60 album pubblicati in circa 30 anni di carriera, anche uno dei più prolifici di sempre.

Le sue capacità compositive spaziano agilmente dal funk e soul di “Morning Broadway”, “Bogaloo”, “Exclusive Blend”, “Big Shot”, “Soul Thing” (che verra poi trasformata appunto nella celebre Funky Fanfare) alla disco di “Night Bird”, alle allegre ed energiche sigle televisive come Grandstand per la BBC. “Teenage Carnival” (che venne utilizzato come tema della serie televisiva per ragazzi degli anni ’60 Freewheelers), “The Young Scene” (nel 1968 sigla del programma calcistico The Big Match), “Light and Tuneful” e “World Champion” (utilizzati da BBC e NBC come apertura e chiusura dei campionati di tennis di Wimbledon), “World Series” (usato per le trasmissioni di atletica leggera della BBC), ai lenti atmosferici easy jazz di classe come “Je Reviens”, “Life of Leisure”, “Love De Luxe”, alle contaminazioni world music/jazz come la bellissima “Husky Birdsong”, alle svolte synthpop come le fantascientifiche “Superstar Fanfare” e “High Profile”.

Keith Mansfield è probabilmente meglio conosciuto dal pubblico americano per la già citata “Funky Fanfare” che venne usata per sonorizzare la serie di jingle cinematografici psichedelici Astro Daters (“Our Feature Presentation” e “Our Next Attraction” che introducevano i film – “Prevues of Coming Attractions” che introduceva i trailer dei film – “Intermission” che introduceva l’intervallo tra i vari tempi del film), prodotta dal National Screen Service alla fine degli anni ’60.

Gli Astro Daters vennero poi inseriti dal regista Tarantino nei film Kill Bill e Grindhouse, rendendoli famosi e iconici a livello mondiale e con essi anche Funky Fanfare.
Ma l’inossidabile Funky Fanfare è attualmente ancora usata come sigla in vari programmi televisivi e podcast.

Ha anche composto colonne sonore per i film Loot (1970) e Taste of Excitement (1970) e il western Ehi amigo! Tocca a te morire (1971) ma suoi brani da libreria si possono trovare anche in Tuono Rosso (1980), Fist of Fear, Touch of Death (1980) Kung Fu Killers (1981), programmi e serie tv e chissà dove altro.

Gli Astro Daters sonorizzati con Funky Fanfare

Mansfield ha anche scritto la già citata “Superstar Fanfare“, che è stata utilizzata tra le altre (in diverse varianti) da Channel Television nelle Channel Islands, dal programma di notizie di RTL plus 7 vor 7, Worldvision Enterprises e dalla Services Sound and Vision Corporation (SSVC) come jingle identificativo della British Forces TV nella Germania occidentale, Berlino, Cipro, Isole Falkland e Gibilterra negli anni ’80 e ’90.

Nel corso del tempo i suoi brani sono stati coverizzati (tra gli altri Soul Thing, di cui fu fatta una versione vocale da James Royal, “House of Jack”, e una rielaborata nel lento psichedelico “Queen St. Gang” dai canterburiani Uriel/Arzachel di Steve Hillage e Dave Stewart), rielaborati e remixati (Skeewiff, Simon Begg) ma anche campionati e riutilizzati da produttori hip-hop (Danger Mouse, Madlib, Fatboy Slim, Kal Banx).

Molte sue composizioni vengono utilizzate anche dalla NFL per i suoi film monografici delle squadre e i documentari sul Super Bowl e altre vengono usate come sigle di trasmissioni di vario genere.

Mansfield è stato anche produttore (Maynard Ferguson) e arrangiatore e direttore d’orchestra per Dusty Sprigfield (diversi brani dell’album “Dusty… Definitely”) nonchè arrangiatore orchestrale in alcuni successi dei Love Affair (“Everlasting Love“), Marmalade (“Reflections of My Life“) ed altri.
Insomma uno dei musicisti più incredibilmente talentuosi, prolifici e versatili della scena musicale, quelli che rimangono dietro le quinte mentre ti chiedi sempre chissà chi avrà scritto quel piccolo pezzo di musica che ti fa stare così bene e una volta ascoltato non ti esce più dalla mente.

Keith Mansfield in tempi recenti

CLICCA E ASCOLTA la playlist dei brani di Keith Mansfield creata da Classic2vintage per te

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Larry Coryell – Il padrino della Fusion

By Musica, Personaggi StoriciNo Comments

Un genio della chitarra che abbiamo perso nel 2017, Larry Coryell.
Insieme a Miles Davis, Weather Report e pochi altri è stato un padre fondatore di quello che oggi conosciamo come jazz-rock o fusion.
Un chitarrista considerato alla pari di nomi come Pat Metheny o John McLaughlin dagli aficionados del genere, ma trascurato dal grande pubblico nonostante dozzine di acclamati album a suo nome e numerose brillanti sessions e registrazioni, alle quali ha prestato il suo vario ed espressivo modo di suonare.

Daniele Pieraccini

«Se mi ascolti attentamente, in qualche modo esce fuori che vengo dal Texas»

Larry Coryell

Nato a Galveston, Texas, il 2 aprile del 1943 come Lorenz Albert Van DeLinder III, sordo congenito all’orecchio destro, Coryell cresce però nell’area di Seattle. All’età di quattro anni siede già al pianoforte; la sua formazione iniziale è classica, ma nell’adolescenza scoprirà la chitarra.
La sei corde lo affascina notevolmente, soprattutto nella versione fingerstyle di Chet Atkins.
Larry prova a copiare i licks che sente alla radio: su tutti quelli di Billy Butler su Honky Tonk, Pt. I di Bill Doggett e di Rick Derringer su Hang On Sloopy.
In quel periodo prende lezioni da John LaChappelle, un jazzista dell’area del Washington State, e si ispira ai dischi di chitarristi come Tal Farlow, Barney Kessel, Les Paul e Johnny Smith.

Tra le sue iniziali influenze Coryell cita anche Chuck Berry, John Coltrane e Wes Montgomery, oltre alla musica pop del periodo, su tutti gli immancabili Beatles.

A fine estate del 1965 Larry prende la sua Gibson Super 400 e due amplificatori, li carica in un Volkswagen Beetle blu e si dirige a New York, luogo che ritiene ideale per concretizzare la sua aspirazione ad entrare nel rock milieu. In realtà la sicurezza nella sua abilità di musicista non è totale, Coryell infatti si è preparato un piano B iscrivendosi all’università di Washington, facoltà di giornalismo.

Nella Grande Mela da subito si tuffa in pieno nelle jam proposte dai locali, suonando ovunque e con chiunque. Coryell è aperto a tutti gli stili ed i generi, pur mantenendo un’attitudine jazz che lo accompagnerà per tutta la vita.
La prima testimonianza su vinile della sua abilità chitarristica la troviamo su The Dealer del quintetto del batterista Chico Hamilton, datato 1965, nel quale Larry prende il posto che fu della sei corde flamboyant dell’ungherese Gábor Szabó, un altro grande innovatore dello strumento (suo lo splendido album Dreams del 1968).

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Chico Hamilton, The Dealer (Impulse, 1966)

«Il più grande musicista che sia mai vissuto per quanto mi riguarda è Jimi Hendrix. Ma lo odio perché mi ha portato via tutto ciò che era mio.»

Larry Coryell

In questo periodo di “apprendistato” di lusso, Coryell si distingue per l’uso di corde piuttosto spesse, alla Chuck Berry e per uno stile innovativo e rumoroso, con un timbro “fat” e quasi distorto, per niente lontano da quello di Jimi Hendrix.
La reputazione che Larry si costruisce all’interno del Greenwich Village lo porta a suonare con tutti i più grandi nomi dell’epoca. All’interno di questa libera ed eterogenea comunità conosce tutti e suona con tutti, sperimenta l’LSD, stringe amicizia con Robbie Robertson e Mike Bloomfield collaborando con musicisti rock-blues come con gli avant-jazzers. Miles Davis, Tony Williams, Buddy Miles, Mitch Mitchell, Stevie Winwood, Jack Bruce…lo stesso Hendrix, nel corso delle sessions effettuate insieme, “carpisce” a Coryell alcuni accordi e tecniche che assimilerà nel suo repertorio.

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The Free Spirits

Nel 1966 entra a far parte dei The Free Spirits, gruppo di matrice jazz che Coryell orienta verso un formato più rock. Il repertorio della band incorpora elementi psichedelici, garage e pop, che fonde in maniera originale nell’album Out of Sight and Sound, considerato come uno dei primi esempi di jazz-rock. Il successo non arriverà mai per la band, che si esibirà, perlopiù ignorata, in molte serate nel club newyorchese The Scene.
Nel 1967 Coryell lascia la formazione per unirsi al virtuoso vibrafonista dell’Indiana Gary Burton, ex Stan Getz Quartet.

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Con Gary Burton

«Le prime registrazioni che suggerivano che una sintesi artisticamente ed esteticamente soddisfacente di jazz e rock fosse possibile»

Larry Coryell

Due anni prima degli esempi nobili di Miles Davis (In A Silent Way) e Frank Zappa (Hot Rats), le regole del jazz-rock iniziano ad essere codificate con Duster e Lofty Fake Anagram, due album dalla grande forza immaginifica prodotti dal quartetto formato da Burton, Coryell, il bassista Steve Swallow ed il leggendario batterista jazz Roy Haynes nel primo LP, sostituito nel sequel da un altro pezzo da novanta dei tamburi, Bob Moses (già nei Free Spirits).
La scaletta di Duster è composta quasi totalmente da brani a firma di Burton, Carla Bley, Mike Gibbs e Steve Swallow e presenta melodie memorabili, costruite su fondamenta armoniche sofisticate, attraversate dal pirotecnico vibrafono suonato a quattro bacchette dal band leader.
Jazz, rock, blues, influenze orientali e altro entrano in collisione in queste tracce; alcune soluzioni possono sembrare datate e rozze oggi, ma l’insieme continua a mostrarci la brillantezza dello spirito di ricerca dell’epoca.
Un lavoro radicale, con il quale il rock inizia a farsi strada un po’ ovunque, nel panorama dei generi musicali.

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One, Two, 1-2-3-4

La chitarra di Coryell ruba talvolta la scena al leader Burton. In One, Two, 1-2-3-4, scritta da lui con Burton, la sua elettrica hollow body va in feedback ed è un principio di incendio musicale quello che ne scaturisce. Altrove Larry è invece espressivo ma misurato, decorando le tracce con il suo stile ibrido.
Nel successivo Lofty Fake Anagram il quartetto prosegue l’esplorazione musicale con eleganza e passione, avvalendosi di una serie di brani originali composti da Burton e Swallow.
L’interplay tra Coryell e Burton è di nuovo sugli scudi, anche se nel missaggio stavolta il volume della chitarra è decisamente più contenuto (l’ego dei musicisti band-leader?).
Intenzionato a proseguire il suo percorso di ricerca, Coryell lascia quindi la band. Gary Burton avrà al suo servizio negli anni a seguire molti altri chitarristi di talento, per citarne un paio Pat Metheny e John Scofield.

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Stiff Neck da Lady Coryell

The Jam With Albert

«Il chitarrista più inventivo e originale dai tempi di Charlie Christian»

Withney Balliett, critico jazz New Yorker Magazine

Oltre a partecipazioni in dischi di altri artisti, Larry sforna album solisti a ripetizione per la Vanguard records, dal primo Lady Coryell (1969) a Planet End (1975), oltre ad un paio di lavori per la Flying Dutchman.

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Wrong is Right da Spaces

Spaces, registrato a fine ’69, è il lavoro più noto. Il disco contiene in embrione quella che sarà la fusion degli anni settanta: tempi dispari, intrecci di chitarre e idee innovative al basso, tutto in bilico tra generi diversi.
Una scorpacciata di chitarre (con Larry troviamo John McLaughlin), sorretta ed arricchita da due nomi come Billy Cobham alle pelli e Miroslav Vitous al basso.

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Souls Dirge, da Fairyland

Call to the higher consciousness

Con la lunga jam Call to the Higher Consciousness contenuta in Barefoot Boy (1971) Coryell incontra anche il progressive rock; nello stesso anno esce pure l’album Live at the Village Gate, nel quale canta anche la moglie Julie Coryell. Si tratta di un album che documenta in maniera purtroppo incompleta un live del power trio composto da Larry, Mervin Bronson al basso e Harry Wilkinson alla batteria; la musica proposta si muove più in territorio rock che jazz, curiosamente potrebbe suggerire qualcosa su dove sarebbe andato a parare Hendrix se fosse sopravvissuto e si fosse avvicinato al jazz. Oltre alla Experience in questo live troviamo affinità anche con i Cream: è presente infatti anche un brano di Jack Bruce, con il quale Coryell ha suonato in tournèe un paio di anni prima.

«Volevo migliorare il contenuto intellettuale della fraseologia limitata del suonare rock e blues e, allo stesso tempo, iniettare più energia “down home” basata sul blues nelle idee jazz.»

Larry Coryell

A questo punto della sua carriera Coryell non e’ piu’ interessato ad assoli acrobatici, la sua attenzione è rivolta piuttosto all’improvvisazione di gruppo. Con un quintetto piu’ tradizionale (con Mandel e Marcus) Coryell registra Offering (gennaio 1972) e The Real Great Escape (1973)
Nello stesso periodo il chitarrista presenta la sua nuova band The Eleventh House, che esegue una sorta di hard rockin jazz fusion, con influenze prog e linee “metalliche” di synth.
All’epoca (basti pensare ai coevi Return To Forever e Mahavishnu Orchestra) molti musicisti di talento erano attratti dall’idea di trovare la propria “voce” espressiva creando una personale visione del jazz.

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Live at the Village Gate

The Eleventh House

Robuste dosi di rock, blues e funk erano pompate nelle sessions di questi artisti; la componente pop era conseguenza del successo di nomi come Stevie Wonder o Aretha Franklin.
Le potenzialità commerciali del genere fusion non sono ancora la priorità. Per il momento si esplorano nuovi territori in ambito musicale; i musicisti jazz, “elettrificandosi”, ambiscono a costruirsi una nuova identità musicale, a sviluppare uno stile personale, una voce propria.
Il grande pubblico conoscerà la fusion dopo la metà dei ’70, quando le composizioni si faranno più semplici o quantomeno più orecchiabili. I dischi jazz-rock si orienteranno verso il successo commerciale, pur restando in gran parte lavori di gran pregio musicale prodotti da musicisti di talento.
Il percorso indicato dal lavoro e dalle intuizioni di pochi come Coryell si sposta in uno scenario più vasto: la fusion diviene un fenomeno di portata mondiale.

«Ho lasciato o perso interesse per tutto. A quel punto il mio obiettivo più importante era bere birra e sballarmi…»

Larry Coryell

Nel 1977 Larry corona un altro sogno: collabora con Charles Mingus nell’album Three or Four Shades of Blue. Nel 1978 suona in ben sette albums; l’anno dopo forma un super trio chitarristico con la vecchia conoscenza John McLaughlin ed addirittura Paco De Lucia. Il terzetto parte per un tour europeo che Coryell non porterà a termine: l’abuso di droghe ed alcol lo ha condotto ad un crocevia di vita o morte. La scelta del nostro è solida e definitiva, tanto che, uscito dalla riabilitazione, resterà “pulito” fino alla fine.

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Mingus – Three or four shades of blue

Negli anni ottanta Larry, che nel frattempo si è dedicato al buddismo di Nichiren, prende sotto la sua ala protettiva la giovane chitarrista Emily Remler, con la quale incide Together, un album di duetti chitarristici del 1985. Con la collega intreccia anche una relazione sentimentale, ma i suoi tentativi di salvare la ragazza dalla dipendenza da eroina non hanno successo: la Remler morirà a soli 32 anni.

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Larry Coryell And Emily Remler – Joy Spring

«Quando sono uscito dalla riabilitazione, ero determinato che qualunque cosa sarebbe successo nella mia vita, non sarei più tornato a quello stile di vita velenoso e distruttivo»

Larry Coryell

Forse perso l’interesse per la fusion, Coryell riscopre il suo lato folk e classico, compiendo così una inversione dal punto di vista stilistico ma non di attitudine verso la ricerca.

Gli anni che seguono la ripresa infatti sono prolifici più che mai e mettono in severa crisi i musicologi che cercano di catalogare l’arte prodotta da Larry. Pur avendo ripiegato quasi integralmente sulla chitarra acustica, le sue ricerche continuano a riguardare molti territori diversi. Jazz, post bop, fusion, folk, rock ,blues, bluegrass, musica modale indiana, musica brasiliana, rivisitazioni di compositori classici…questo eterno, umile, studente mostra lo stesso fuoco, la stessa voglia (e, in certe occasioni, anche la stessa velocità di esecuzione sulla sei corde!) della gioventù.

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‘Round Midnight

Larry Coryell, Monk, Trane, Miles & Me (HighNote, 1998)

C’è un rovescio della medaglia: il suo stile musicale (e di vita) improvvisato lo priva, almeno dagli anni ’80 in poi, di un percorso coerente nella produzione artistica. Le collaborazioni, forse a volta frutto del caso, mettono in evidenza sia il suo bagaglio tecnico che un certo appiattimento privo di reali necessità narrative.
Detto questo, Coryell lascia qualche zampata di classe anche negli ultimi decenni, via via distillando le note e rallentando, come per ritrovare una via meditata alle proprie radici, alle proprie origini. Sorprendendo però, tanto per non smentirsi, con gli ultimi due dischi, decisamente elettrici.
The Lift (2013) per esempio è un tuffo all’indietro nell’energia dei suoi primi dischi solisti, grooves e progressioni “semplici” ma funzionali, convincenti ed incredibilmente freschi.

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The Lift

«Il tuo karma è sempre davanti a te. È sempre lì. E attraverso la pratica puoi cambiare il tuo karma. Attraverso la pratica puoi trasformare la negatività in positività.»

Larry Coryell

Nel febbraio 2017 Larry ci saluta, lasciando al mondo un’eredità artistica raccolta nel tempo da chitarristi come John McLaughlin, Bill Connors, Al Di Meola, Allan Holdsworth, Steve Kahn, Scott Henderson e Mike Stern, per citarne alcuni.
Nel corso della sua carriera Coryell ha saputo trasmettere, senza esibizionismi artificiosi, tutta la bellezza e l’inquietudine della chitarra, la sua l’immediatezza ed i suoi risvolti misteriosi.
Per gli appassionati di musica che pensano fuori dagli schemi, questa leggenda della musica riserva un archivio monumentale di gemme da scoprire.

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Odyssey Semiacustic Series B500WS – Il Sogno di Attila Balogh

By Bassi vintage canadesi, Mario Maggi, Personaggi StoriciNo Comments

Attila Balogh era il creatore degli strumenti Odyssey, gli Odyssey erano e sono, a detta di chi li ha provati, gli strumenti più comodi da suonare mai realizzati.
Attila Balogh per arrivare a questo risultato ha investito tutto sé stesso, impiegato ogni sforzo, ci ha rimesso addirittura la vita.
Attila era un personaggio unico ed è stato un grande liutaio, completamente dedicato alla sua passione, il lavoro della sua vita: la ricerca della chitarra perfetta.

Lorenzo Tanini

E’ fin troppo facile trovare assonanze tra Attila Balogh e Mario Maggi ma così sono i veri geni: personaggi estremamente affascinanti, che vivono per la loro visione, talmente dedicati che non puoi che ammirarli e amarli.

La biografia “Attila Balogh & the quest for the perfect guitar” di Craig Jones

Attila Balogh nasce in Ungheria nel 1948 in una famiglia di artisti che nel 1956 scelsero di lasciare il paese per sfuggire al comunismo e, dopo una sosta in Belgio, nel 1959 decisero di stabilirsi definitivamente in Canada.

Il piccolo Attila cresce ereditando lo spirito artistico e la mente aperta del padre e, dopo essersi espresso in molteplici campi, approda al mondo della liuteria, acquisendo in breve un’abilità fuori dal comune. Ancora giovanissimo prende la storica decisione: ogni suo sforzo sarà concentrato nella creazione dello strumento perfetto e a detta di molti ci si è avvicinato terribilmente.

Balogh con Stanley Clarke

Nella sua breve vita è riuscito a fondare la Odyssey Guitars Limited nel 1976 a Vancouver e in sei anni produrre circa 2000 strumenti artigianali tra chitarre e bassi.

Come logo scelse un piccolo disco di ottone incastonato sulla paletta con inciso sopra un piccolo baffo e questi strumenti furono suonati dai alcuni dei più grandi musicisti a livello mondiale.

Poi Attila morì nel suo laboratorio a soli 34 anni, portando con sé la magia e il suo lavoro finì quasi dimenticato, finché il marchio venne rilevato dai suoi vecchi soci che ricominciarono la fabbricazione di strumenti di tipo più comune.

Ma per la storia di Attila Balogh vi lasciamo al libro di Craig Jones e ci concentriamo su questo bellissimo basso BW 500WS, uno dei soli 10 esemplari fretless esistenti al mondo (del modello B500 furono prodotti non più di 50 esemplari, tra i quali i fretless che erano costruiti solo su richiesta) e sicuramente l’unico esistente in Italia.
Dotato di camere tonali, è un semiacustico a cassa chiusa equipaggiato con una coppia di pickup passivi Bartolini, molto potente, suono straordinario.

Prodotto tra il 1979 e il 1980, il basso è in ottime condizioni, completamente originale tranne per il pickup al manico che è stato spostato al ponte. E’ uno strumento che si trova perfettamente a suo agio nel jazz come nel rock e nella fusion.
I B500 erano il top di gamma della serie B, che veniva prodotta nelle versioni 100, 200, 300, 400 e 500 appunto. Il basso appartiene ad Armando che, con molto dispiacere, ha deciso di darlo via.
Gli interessati possono contattarlo all’indirizzo mail

GUARDA  e ASCOLTA la demo di questo ODYSSEY B500 WS

La chitarra più grande del mondo!

Vale la pena di menzionare una delle più curiose trovate di Attila Balogh: la chitarra più grande del mondo.

La gigantesca chitarra è praticamente una enorme serie G e fu costruita nel 1977 in 500 ore di lavoro nell’arco di 6 mesi da Attila e i due soci Ken Lindemere e Joseph Sallay per fare pubblicità alla Odyssey e lasciata in esposizione al negozio Iron Music di Vancouver e alle fiere tra le quali il Namm di Chicago e il MIAC in Canada.

Questo bestione, equipaggiata con parti in ottone, veri pickup DiMarzio e corde da pianoforte, pesa la bellezza di 160 kg, è lunga poco meno di 3 metri ed è perfettamente suonabile da qualsiasi gigante!

Balogh e soci con la chitarra gigante

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Vigalondo, Stearns, López-Gallego: TRE REGISTI DA TENERE D’OCCHIO

By Cinema, Personaggi StoriciNo Comments

Sotto i radar dell'attenzione pubblica verso il cinema, passano talvolta autori degni di nota, con una loro poetica nell'affrontare problematiche legate ai rapporti umani.
In questi tempi di progressivo ottundimento, di allontanamento dalla nostra vera essenza, la visione di certi film ci riporta, con coraggio ed impegno, a tutto quello che dovrebbe essere centrale nelle nostre vite.

Daniele Pieraccini

Parleremo di tre registi che ci hanno colpito particolarmente, grazie al loro sguardo inusuale ed intelligente sulla tossicità che spesso caratterizza le interazioni sociali.
Si tratta di tre autori che la sanno lunga su tematiche non solo “terrene” e che, evitando stili ricercati e pretenziose atmosfere “d’autore”, dicono quello che hanno da dire con semplicità, direttamente ma evitando ogni banalità. E occhio ai diversi livelli di lettura di film come Colossal, Open Grave e Dual

Nacho Vigalondo

Spagnolo, classe 1977, è spesso anche sceneggiatore dei film che dirige. Compare anche come attore, in sue e di altri produzioni. Esordisce con una serie di cortometraggi molto interessanti, dal 1999 al 2007, prima di dirigere il suo primo lungometraggio Timecrimes. Seguono altri corti e tre film, Extraterrestre, Open Windows e Colossal, oltre a contributi agli horror antologici The ABCs of Death e V/H/S: Viral.

Vigalondo ha un indubbio talento nello sviluppare grandi idee (grandi inteso proprio come scala di importanza) su una scala intima dei rapporti umani. Grazie alle sue indubbie competenze bastano pochissimi mezzi economici e pochi attori: la profondità dei concetti espressi è decisamente top class. Il genere fantastico è piegato a piacimento per parlarci delle dinamiche dei rapporti umani della società.
La fantascienza da lui proposta, per quanto epica, funge da sfondo a vicende umane ispiratissime narrate con magistrale intelligenza e senso del ritmo, che lasciano dentro allo spettatore ben altro rispetto ai blockbuster hollywoodiani dal vuoto intellettivo dissimulato da tonnellate di effetti speciali.

– Personaggi falsi, distruttivi e tossici nelle relazioni: i veri mostri sono dentro di noi.

Da vedere:

7:35 de la mañana – cortometraggio (2003)
Marisa – cortometraggio (2009)
Timecrimes (Los Cronocrímenes) (2007)
Extraterrestre (2011)
Colossal (2016)

Premi Play per guardare il cortometraggio MARISA di Nacho Vigalondo

Riley Stearns

Anche lo statunitense Riley Stearns (1986) si fa inizialmente notare per dei cortometraggi, per poi passare alle opere di lunga durata, dei quali cura anche la sceneggiatura. Il suo film di debutto è Faults, del 2014, seguito da The Art of Self-Defense del 2019 e dal recentissimo Dual.

Con uno stile asciutto, semplice ma efficace, Stearns mette in scena delle satire bizzarre, dirette ma sottili al tempo stesso, che espongono la sua visione sulle attuali articolazioni dei rapporti umani e sociali e sui loro futuri sviluppi.
Dual, in particolare, visto il tema trattato e la glacialità con cui è rappresentato, sembra l’episodio mancante della serie Black Mirror, solo ancora più spietato nella sua satira sociale.

– I protagonisti delle storie narrate da Stearns sono accomunati dall’avere tratti e comportamenti piuttosto autistici, avvolti da una apparente atarassia che li rende facili vittime di manipolatori ipocriti dai doppi fini.

Da vedere:

The Cub – cortometraggio (2013)
L’arte della difesa personale (The Art of Self-Defense) (2019)
Dual (2022)

Premi Play per guardare il cortometraggio THE CUB di Riley Stearns

Gonzalo López-Gallego

Un altro iberico ha lasciato il segno con un’opera impressionante, Open Grave, che sospettiamo debba molto alla sceneggiatura di Eddie e Chris Borey. I due hanno elaborato anche lo screenplay per Boss Level, un notevole action movie basato su un loop temporale.

Gonzalo López-Gallego (1973), autore dell’horror fantascientifico Apollo 18, realizza nel 2013 un altro horror, stavolta post-apocalittico, che non può lasciare indifferente chi cerca qualcosa di più in un film oltre a divertimenti e spaventi superficiali.
Un approccio fatto di dura realtà materica, per parlare di qualcosa di estremamente esoterico.
E un ammonimento sul ruolo della memoria e sui meccanismi che si creano quando viene resettata.
Leggete la recensione del film sul blog e soprattutto guardatelo!

– Tra i diversi livelli di lettura e prima dell’efficace “twist” finale, altre dimostrazioni delle patologie che disturbano i rapporti umani: brutale e sparata in faccia quella dello “zombie” intrappolato nel filo spinato, che implora aiuto solo per trascinare con sé all’inferno chi prova empatia per lui.

Da vedere:

Open Grave (2013)

Premi Play per guardare una scena tratta dal film OPEN GRAVE di Gonzalo Lopez-Gallego

CLICCA E SBLOCCA IL trailer del film COLOSSAL di Nacho Vigalondo

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Per un pugno di idee – 5 precursori di grandi successi hollywoodiani

By Cinema, Personaggi StoriciNo Comments

Dove nascono le idee? Come si sviluppano? Chi ha le possibilità, economiche e di marketing, di realizzare e diffondere un prodotto di successo ma cerca un'idea nuova e potente, dove la trova? Bastano le menti degli scrittori di cinema delle grandi case di produzione o talvolta bisogna rubare qua e là?

Daniele Pieraccini

Negli studi di Hollywood ne sanno qualcosa. Il panorama cinematografico mondiale offre spunti inesauribili di idee: in particolare il vecchio continente e l’Asia sono da sempre fonti di ispirazione più o meno derivativa per i produttori statunitensi.
Si prende un film interessante, con un concetto geniale e lo si converte in prodotto per le masse, attuando le dovute modifiche per andare incontro ai gusti del grande pubblico e spettacolarizzandolo con trovate visive “esplosive” e volti noti di superstars. Un processo che è sempre stato applicato per esempio anche nella musica pop e rock.

Ovviamente anche dai celebri studi nel Sunset Boulevard sono usciti lavori di un certo spessore, ma dobbiamo tenere ben presente che stiamo parlando di una vera e propria industria a scopo di lucro, una macchina finanziaria più che artistica, con regole e gerarchie rigidissime che riguardano anche l’aspetto creativo.

Vogliamo dunque presentarvi, tra i molti, cinque film che hanno fatto da precursori a grandi successi al botteghino, alcuni reiterati in sequel, remake, reboot o veri e propri franchise. Ci pare giusto riconoscere a certe opere e a chi le ha concepite il valore aggiunto di anticipatori più o meno oscuri alle masse.

1 – “Il mondo sul filo” diventa “Matrix”

Gli autori del franchise con protagonista Keanu Reeves hanno dichiarato di essersi ispirati a pellicole di animazione nipponiche come Akira, Ghost In The Shell e Ninja Scroll. Nessuna menzione per un altro anime, Megazone 23 che è quello da cui hanno attinto più dettagliatamente.

Esaminando meglio, sono molteplici le “fonti” a cui si sono abbeverati i Wachowski, tra le altre vale la pena ricordare il noir fantascientifico Dark City, il romanzo Ubik di P.K. Dick ma, soprattutto, il film per la tv Il mondo sul filo (Welt am Draht) di Rainer Werner Fassbinder, uscito nel 1973 e poi ripreso in maniera aggiornata e più soft a fine millennio nel film Il tredicesimo piano di Josef Rusnak.

Fassbinder, basandosi sul romanzo Simulacron 3 di Daniel F. Galouye, mette in scena una vicenda sorprendentemente attuale, modernissima: un programma di realtà virtuale crea un mondo i cui abitanti vivono come autentico, un mondo fatto di realtà aumentata e di simulazioni paradossalmente più vere del vero. In questo ambiente solo una “persona di contatto” è cosciente di vivere in una simulazione.
Nei primi anni settanta eravamo ben lontani dalla società dei big data e dal mondo compresso e istantaneo del digitale come lo conosciamo adesso, per questo il film di Fassbinder è un sorprendente precursore di Matrix e dei dubbi sulla veridicità delle nostre esistenze.

Premi Play per guardare il trailer di IL MONDO SUL FILO

2 – “The Vindicator” diventa “Robocop”

Conosciuto anche come Frankenstein 88, The Vindicator è un film del 1986, diretto dal canadese Jean-Claude Lord, un regista dallo stile molto hollywoodiano ma interessato a temi politici.
In seguito ad un incidente, cervello e parti del corpo di uno scienziato sono trapiantate in un robot. Il cyborg risultante mantiene una componente umana e cosciente, scatenandosi in massacri vari per ottenere la sua vendetta. Lord si è indubbiamente ispirato al mito di Frankenstein, al film del 1959 Il colosso di New York (The Colossus of New York) ed ha senza dubbio attinto all’estetica dei primi film del suo connazionale Cronenberg, ma bisogna dargli atto di aver messo a punto una vicenda che, l’anno seguente, Paul Verhoeven riproporrà (scalando in secondo piano l’aspetto umano della tragedia del protagonista) nel ben più celebre Robocop.

Premi Play per guardare il trailer di THE VINDICATOR

3 – “Sole Survivor” diventa “Final Destination”

Una donna esce indenne in maniera inspiegabile da un terrificante incidente aereo; cerca di riprendere la sua vita normalmente ma, oltre ad un comprensibile malessere psichico, strani avvenimenti e fenomeni la perseguitano. La Morte stessa vuole completare la sua opera, la superstite non potrà sfuggire al suo destino.
Sole Survivor, in italiano uscito (in sordina) come Ragnatela di morte, è una pellicola del 1983 del regista Thom Eberhardt, autore l’ anno seguente dell’interessante La notte della cometa.
Sebbene le origini di un simile concetto vadano rintracciate nel cult movie Carnival of Souls del 1962, è da Sole Survivor che James Wong ha indubbiamente tratto lo spunto per il primo film della pentalogia di Final Destination.

Premi Play per guardare il trailer di SOLE SURVIVOR

4 – “La Jetée” diventa “L’esercito delle 12 scimmie”

Terry Gilliam non ha mai nascosto la sua fonte di ispirazione per il film con protagonista Bruce Willis, ma è impossibile non tributare un omaggio ad un opera avanti con i tempi come La Jetée, un cortometraggio sperimentale del 1962 realizzato dal regista francese Chris Marker mettendo in sequenza immagini fotografiche con una voce fuori campo che narra la storia. Una sorta di fotoromanzo post-apocalittico, in cui troviamo:
-una scena di sparatoria in un aeroporto, centrale nella vicenda
-un mondo devastato da una catastrofe
-sotterranei in cui il prigioniero è forzato a viaggiare nel tempo
-misteriosi segni sui muri
-riferimenti al mondo animale
Tutti punti forti de L’esercito delle 12 scimmie, uscito oltre trenta anni dopo.

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5 – “Reazione a catena” e “Torso” diventano “Venerdì 13” e “Halloween”

Per l’ultimo “caso” che prenderemo in considerazione sarebbe più opportuno parlare di ispirazione per un intero genere, quel tipo di horror che prende il nome di slasher.
I capostipiti di questo tipo di film sono considerati, nel mainstream, Halloween – La notte delle streghe (1978) di John Carpenter e Venerdì 13 (1980) di Sean S. Cunningham.
Ma ad inaugurare ed anticipare il genere poi diventato popolarissimo e sfruttato in America sono stati due registi italiani: innanzitutto Mario Bava, con il suo Reazione a catena del 1971, poi Sergio Martino nel 1973 con I corpi presentano tracce di violenza carnale.
Dalle opere di Mario Bava hanno “pescato” in tanti, alcuni si sono anche costruiti una fama spropositata alle spalle delle intuizioni del maestro dell’horror italiano, che ha dato il via a numerosi altri generi nel corso degli anni, nonostante budget e tempi di realizzazione limitati.
Nei suoi film possiamo scoprire parecchie scene plagiate da autori statunitensi e italiani.
E’ il caso di Reazione a catena (nei mercati anglofoni uscito come Twitch of the Death Nerve, Bay of Blood, Bloodbath), pieno zeppo di sequenze copiate ovunque, da Carpenter a Sam Raimi alla citata saga di Venerdì 13. Vale la pena citare il critico Alberto Pezzotta: “ Gli slasher tipo Venerdì 13 sembrano averlo copiato spudoratamente, senza per altro aver capito l’essenziale: che Bava non rispetta alcuna regola. E non solo è più colto e più ironico dei suoi presunti epigoni, ma anche molto più cattivo”.
Anche Sergio Martino parte da una sequenza del film di Bava per realizzare una intera pellicola basata su ragazze universitarie prese di mira in un ambiente isolato. Un filone del genere slasher, quello delle studentesse peccaminose, nasce quindi con I corpi presentano tracce di violenza carnale (Torso o The bodies bear traces of carnal violence), il thriller italiano preferito da Quentin Tarantino, che dal repertorio di genere del nostro cinema ha sempre attinto copiosamente.

“Così imparano a fare i cattivi!”

Chiudiamo con il titolo di lavorazione di Reazione a catena, ironizzando sui registi “furbetti” che abbiamo sgamato…anche se occorre ribadire che il nostro intento è più quello di offrire il giusto tributo ad artisti che, con la loro creatività, hanno offerto spunti notevoli e spianato la strada ai successi altrui.

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NSU Ro 80 – Wankel: das Auto

By Automobilismo, Personaggi StoriciNo Comments

I motori a pistone sono lo standard presente in quasi tutti i layout dei motori a combustione interna.
Diciamo quasi, perché in realtà esiste anche uno stile che utilizza un'ingegneria unica: il motore rotativo.

Daniele Pieraccini

Gli storici stabilimenti NSU Motorenwerke di Neckarsulm

Linee elegantemente moderne, fantastica da guidare grazie alla fluida potenza rotativa, la NSU Ro80 è stata a tutto tondo un’auto eccellente per l’epoca. Il motore rotativo Wankel, un concetto tutt’oggi attualissimo, è stato sia il suo punto di forza che la sua rovina.

Felix Wankel

I motori a pistone sono lo standard presente in quasi tutti i layout dei motori a combustione interna.
Diciamo quasi, perché in realtà esiste anche uno stile che utilizza un’ingegneria unica: il motore rotativo.

L’ingegnere tedesco Felix Wankel, da autodidatta, concepì la prima idea di un simile motore già nel 1923, cercando di risolvere uno dei principali problemi dei propulsori fin lì realizzati: la perdita dell’enorme forza d’inerzia sviluppata dal moto rettilineo alternato del pistone. Era energia utile, da trasformare in moto rotativo attraverso un sistema di trasmissione biella-manovella.

Nel dopoguerra Wankel entrò come progettista nella NSU Motorenwerke, impegnandosi nello sviluppo di macchine a stantuffo rotante. Nel 1951 ebbe così la possibilità di iniziare seriamente a lavorare sul suo progetto e nel 1957 realizzò il primo prototipo, testandolo nel corso dello stesso anno.

Un rotore triangolare ad angoli smussati in una camera di forma ovale sostituiva il pistone nel cilindro. Il motore rotativo Wankel era un progetto unico e rivoluzionario, che prometteva una potenza efficiente per le dimensioni, erogata in maniera adeguatamente regolare.

Felix Wankel

Di cosa fosse capace il motore rotativo avremmo avuto dimostrazione in futuro, quando, in mano a Mazda, ha equipaggiato molte auto leggendarie, arrivando anche alla vittoria della 24 ore di Le Mans nel 1991.
Ma i motori Wankel hanno visto anche altri usi veicolari: moto da corsa, aereoplani, elicotteri e auto piuttosto oscure ma geniali hanno utilizzato o utilizzano motori rotativi non prodotti da Mazda.

NSU Spider Wankel

All’inizio degli anni ’60 la NSU inizia una fase di sviluppo e sperimentazione montando vari tipi di motore rotativo su corpi vettura derivati dalla Prinz. I problemi da risolvere a livello di affidabilità non mancano, ciò nonostante al Salone di Francoforte del 1963 NSU presenta al pubblico la “Spider Wankel”. La NSU Spider a motore rotativo era derivata dalla scocca della Sport-Prinz, per preservare lo stile italiano della coupè firmata da Bertone.

La carriera commerciale di questo piccolo gioiello motoristico però risentì di varie problematiche, relative a consumi eccessivi e tenuta delle guarnizioni del rotore stesso. Nel 1967, dopo soli tre anni di commercializzazione e appena 2375 esemplari prodotti, la NSU Spider scompare dal listino.

Wankel Spider

Uno sviluppo più efficace avrebbe richiesto investimenti non alla portata della NSU: il successo della Prinz era stato oscurato dalle vendite del Maggiolino Volkswagen.
Il motore rotativo si era comunque dimostrato una vetrina notevole: gli unici incassi realmente consistenti per la casa di Neckarlsum in quel periodo in realtà provenivano dalla vendita delle licenze Wankel (a marche come GM, Mazda. Citroen…), che consentirono la sopravvivenza indipendente di NSU fino al 1970.
In quell’anno furono prodotte 140.000 Prinz, a fronte di oltre un milione di “Beetle”. Proprio la VW, sapendo dei problemi della rivale, fa il suo ingresso nel capitale della NSU, che successivamente sarebbe stata fusa con l’Auto Union.

NSU Ro80

Prima di arrivare a questo epilogo, però, NSU insiste nel portare avanti il suo audace piano. Nel 1962 una squadra viene incaricata di progettare e sviluppare una grande berlina da famiglia, a due porte e con caratteristiche più sportive, equipaggiata da un motore Wankel da circa 80 CV (contro i 50 della Spider).
Il team è composto dal supervisore Eward Praxl, da Walter Froede allo sviluppo del motore e dal designer Claus Luthe, in precedenza tra i responsabili del disegno del frontale della gloriosa FIAT 500, oltre che delle linee della Prinz e della suddetta NSU Spider e in futuro di molti modelli Audi e BMW.

L’obiettivo è quello di mettere a punto una vettura di fascia medio alta, una berlina che deve alloggiare il rivoluzionario Wankel.
Il risultato dell’estro meccanico di Praxl e della matita di Luthe è la NSU Ro80, oggi considerata un capolavoro di design, grazie alla sua linea a cuneo decisamente sopra le righe per l’epoca, ma che sarebbe stata in voga nelle auto del decennio successivo.
Ro significa Rotationskolben (pistone rotante) e 80 indica la sigla interna del progetto.

Nell’agosto del 1967 ecco dunque la presentazione alla stampa e a numerosi rappresentanti di concessionari NSU da tutta Europa, nella cornice del Castello Solitude, presso Stoccarda.
Escono dalla fabbrica i primi esemplari e anche il grande pubblico può ammirarla al Salone dell’automobile di Francoforte.

Ro 80

Oltre alle linee innovative ma levigate, con un cx (coefficiente aerodinamico) tra i migliori in assoluto per quegli anni, la Ro80 presenta gli ingombri di una grossa berlina, con un passo volutamente lungo per agevolare l’abitabilità interna. Il motore rotativo è più leggero e meno ingombrante, il che rende possibile un frontale più basso della norma.
Il cambio è semiautomatico, quindi sono presenti solo due pedali: la frizione è attivata insieme alla leva quando il conducente cambia marcia. I freni sono a disco su tutte le quattro ruote.
Ovviamente l’aspetto più caratteristico è il motore, un birotore da 995 cm³ che eroga fino a 115 CV, realizzato con la consulenza dello stesso Felix Wankel. Grazie alla sua potenza e a dei rapporti piuttosto lunghi del cambio, la Ro80 arriva a toccare i 180 km/h.

Una carriera breve ma intensa

Nel 1968 è suo il premio di “Car of the Year”. La guida di questa auto si rivela piacevole sia per i piloti più esperti ed esigenti che per l’autista comune: i punti di forza sono rappresentati da un’ottima distribuzione dei pesi, eccellente aderenza, risposta del motore molto dolce, sospensioni sofisticate e chassis molto agile. L’obiettivo di ridurre lo sforzo del guidatore, rendendo la guida piacevole anche per gli sportivi è stato raggiunto. Il leggero motore rotativo si rivela oltretutto molto silenzioso, per gli standard dell’epoca.

Sfortunatamente si presentano ben presto anche delle problematiche, che finiranno per minare fatalmente la carriera della Ro80. L’unità rotativa infatti rivela la necessità di interventi massicci in seguito a rotture già intorno ai 50.000 km di percorrenza. Questi problemi saranno risolti negli anni a venire, ma la fama del modello è danneggiata in maniera irreparabile. Anche i consumi si riveleranno più alti del previsto; il “marchio dell’infamia” è applicato alla vettura, ormai è uno stereotipo diffuso anche tra chi non ne ha mai neppure vista una. Gli acquirenti preferiscono così rivolgersi a modelli più tradizionali.

Questo rovesciamento di risultati contribuisce al crollo della NSU: nel 1977 esce l’ultimo dei 37.406 esemplari prodotti e con esso termina la storia della casa madre, iniziata oltre cento anni prima con la produzione di macchine per maglieria, per proseguire con biciclette, moto e infine un notevole percorso nel settore automobilistico.

L’avveniristica aerodinamica della Ro80 e il suo propulsore Wankel

Oggi il Wankel viene continuamente aggiornato in robustezza ed affidabilità e sono stati prodotti motori con addirittura 12 rotori, ottenendo facilmente potenze assolutamente incredibili.

E per quanto riguarda la NSU Ro 80, sopravvive l’interesse dei collezionisti, attratti dalla ancora sorprendente bellezza e dall’originalità tecnica di questo innovativo ma sfortunato modello.

CLICCA PLAY PER GUARDARE LA CLIP CON IL FILMATO DI APPROFONDIMENTO DELLA NSU RO 80

CLICCA PLAY PER VEDERE UN VIDEO DEL FUNZIONAMENTO A RALLENTATORE DEL MOTORE WANKEL!

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Possessor (2020)

By Cinema, Personaggi StoriciNo Comments

Nel suo secondo algido e fastidiosissimo lavoro, Brandon Cronenberg continua il suo personale percorso nel capitalismo contemporaneo e le sue tare prive della minima etica e moralità iniziato con l'altrettanto fastidioso Antiviral.

Lorenzo Tanini

In un 2008 alternativo, Tasya Vos è un killer per conto di una organizzazione segreta che usa la tecnologia degli impianti cerebrali per prendere possesso dei corpi di altre persone e spingerli a commettere omicidi a beneficio di clienti paganti. Ma non si tratta di una cosa indolore per lei e dovendo imitare altre persone per lunghi periodi comincia a sperimentare un distacco dalla propria identità. Quando nell’ultimo incarico qualcosa va storto, Vos si ritrova intrappolata nel corpo di un uomo la cui identità minaccia di cancellare per sempre la sua…

Nel suo secondo algido e fastidiosissimo lavoro, Cronenberg jr continua il suo personale percorso nel capitalismo contemporaneo e le sue tare prive della minima etica e moralità iniziato con l’altrettanto fastidioso Antiviral.

Se nel suo primo film erano la vacuità della moda, la stupidità dell’influencing che portavano i giovani ormai squilibrati da una assoluta mancanza di valori e di scopi vitali a ricercare una trasfigurazione nello sfregiarsi attraverso l’acquisizione di malattie di personaggi dello spettacolo, in Possessor il discorso prosegue con il furto dell’identità e del corpo, la trasformazione e trasfigurazione dell’individuo in macchina unicamente anelante al dovere volto all’ottenimento del capitale, disposto a qualsiasi gesto pur di ottenere.

Andrea Riseborough è Tasya Vos

La lente del microscopio di Cronenberg è spietatamente puntata sulla perdita dell’identità della figura femminile e materna e la distruzione della stabilità della coppia e della famiglia. Lo scopo è un’umanità svuotata da ogni scintilla vitale e sacra, resa nichilista e isolata con ogni mezzo da chi tira le fila di una società meccanicizzata e non per questo meno putrescente: Vos è ormai un mostro senza identità individuale e sessuale che è costretto dopo ogni “missione” a ricordarsi di chi è tramite esercizi sistematici perchè ogni volta perde un tassello della propria essenza.

Una versione opposta e dileggiatoriamente ridicola del “Ricordo di Sé” di Gurdjeffiana memoria che, al contrario degli insegnamenti del Maestro che spingevano a riscoprire la propria sacra unicità, serve unicamente a preservare il funzionamento dell’uomo meccanico. L’immagine della farfalla usata come gancio per “ricordare” risulta ancora più derisoria per chi è a conoscenza del reale uso che ne viene fatto a livello simbolico e non a caso Vos finirà col perdere anche il senso di colpa per averla uccisa.

Locandina del film

Ogni passaggio del film è straniante, aggressivo e volutamente disturbante anche nella sua lentezza: si sta puntando insistentemente il dito sul baratro di cecità nel quale l’umanità sta precipitando per seguire una sparuta manica di pifferai imbecillemente deliranti in giacca, cravatta e montura rituale.

In questo senso si trova piuttosto azzeccata la Leigh, che ricopre la parte di Girder – spietato “master of puppets” di Vos – affarista e governante del potere e che allo stesso tempo, agendo da psicopompo, la condurrà fuori dal delirio emotivo confusionale nel quale è precipitata facendole abbandonare ogni seppur minimo trabocco di coscienza e amore: due mostruose “ex donne” ormai vecchie dentro e fuori, svuotate di ogni umanità, imbruttite e abbrutite dentro e fuori che si avviano, ormai raggiunta la tanto anelata sicurezza economica, verso un finale già scritto di solitudine mortale.

Scordatevi la distopia perchè, a meno di un immediato acquisto di consapevolezza, questa oggi sta diventando la realtà.

Una sequenza centrale del film. L’effetto, molto di Saul-Bassiana memoria, è stato ottenuto con metodi classici e senza l’ausilio di CGI. Cronenberg dichiara di aver tratto ispirazione dal cinema italiano di genere.

Altra cosa davvero sorprendente è la trasformazione della Riseborough, che non solo appare oggi completamente diversa fisicamente dalla fascinosa Victoria dell’Oblivion di pochi anni fa ma ha addirittura perso ogni traccia di femminilità, raggiungendo quasi uno stato androgineo che è sicuramente perfetto per la sua parte qua ma allo stesso tempo pone diversi dubbi sugli strani e improvvisi cambiamenti fisici e caratteriali dei personaggi del mondo dello spettacolo.

Forse Cronenberg sta puntando il dito anche su questo, forse ha davvero ricevuto l’eredità di tanto e scomodo padre e ne sta portando avanti l’opera.

A volte succede.

Brandon Cronenberg

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“Possessor” (Canada, Gran Bretagna 2020) di Brandon Cronenberg

Regia Brandon Cronenberg
Soggetto e sceneggiatura Brandon Cronenberg
Produzione Ingenious Media, Telefilm Canada, Arclight Films, Ontario Creates, Particular Crowd, Crave, Rhombus Media, Rock Films
Interpreti Andrea Riseborough: Tasya Vos
Christopher Abbott: Colin Tate
Rossif Sutherland: Michael Vos
Tuppence Middleton: Ava Parse
Sean Bean: John Parse
Jennifer Jason Leigh: Girder
Kaniehtiio Horn: Reeta
Raoul Bhaneja: Eddie
Gage Graham-Arbuthnot: Ira Vos
Gabrielle Graham: Holly Bergman
Fotografia Karim Hussain
Montaggio Matthew_Hannam
Musiche Jim Williams
Distribuzione Elevation Pictures (Canada)
Signature Entertainment (United Kingdom)
Data di uscita

January 25, 2020 (Sundance)
October 2, 2020 (Stati Uniti e Canada)
November 27, 2020 (Gran Bretagna)

Durata
104 minuti

 

Curiosità

Il direttore della fotografia di Possessor è il regista e sceneggiatore Karim Hussain, già autore di Subconscious Cruelty e Ascension, film assai noti tra gli appassionati dell’horror underground.

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Il Caso Mattei (1972) – Il Mistero che non è un Mistero

By Cinema, Personaggi StoriciNo Comments

Di questi tempi si parla tanto di indipendenza energetica italiana, visto che c'è da sganciarsi dal nemico di turno dei “padroni” a stelle striscianti. L'indipendenza energetica, quella vera, è stata alla nostra portata per decenni ed è stata ostacolata dalle stesse sanguisughe che oggi vogliono imporci ulteriori sacrifici per i loro interessi economici e politici.

Daniele Pieraccini

Enrico Mattei

«Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato, che gli italiani sono bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente, ma non hanno le capacità della grande organizzazione industriale.

Ricordatevi, amici di altri Paesi: sono cose che hanno fatto credere a noi e che ora insegnano anche a voi. Tutto ciò è falso e noi ne siamo un esempio. Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani; dovete formarvelo da soli questo domani».

Di questi tempi si parla tanto di indipendenza energetica italiana, visto che c’è da sganciarsi dal nemico di turno dei “padroni” a stelle striscianti. L’indipendenza energetica, quella vera, è stata alla nostra portata per decenni ed è stata ostacolata dalle stesse sanguisughe che oggi vogliono imporci ulteriori sacrifici per i loro interessi economici e politici.

La Basilicata, ad esempio, galleggia letteralmente sul petrolio. Già nel 1400 gli abitanti vedevano lingue di fuoco prodotte dal metano; nel ‘900 ebbero inizio le prime attività di ricerca, fino al 1959 quando, grazie ad Enrico Mattei, vennero alla luce i primi, importanti giacimenti.

Mattei e la parabola del gattino

Proprio a questo eccezionale e coraggioso imprenditore, la cui figura Eni continua a sfruttare per fregiarsi di un’etica che non le appartiene, Francesco Rosi dedicò nel 1972 un notevole film (mai uscito su DVD), traendolo dal libro dal libro L’assassinio di Enrico Mattei di Fulvio Bellini e Alessandro Previdi (anche co-sceneggiatori del film) e affidando la parte del dirigente a Gian Maria Volonté.

Un film-inchiesta che dovrebbe essere visto da tutti, proiettato nelle scuole e riconosciuto come testimonianza imprescindibile di una vicenda che ha modificato profondamente le sorti del nostro Paese.

Partendo dalla fine, ovvero dalla morte di Mattei, avvenuta in un “incidente” aereo nel 1962, Rosi mette in scena un racconto dei fatti svolto con rigore documentario ma avvincente, originale e obiettivo al tempo stesso. Usando diversi registri narrativi e mai sbilanciandosi in conclusioni affrettate, il regista napoletano si mette in gioco artisticamente ed umanamente, realizzando, con l’apporto del solito, grande Volonté, un mosaico magistrale di inchiesta politica.

Soffermandosi un attimo su Volonté, pensate che nello stesso anno girò anche La classe operaia va in paradiso di Elio Petri

Locandina del film

“NON VOGLIO ESSERE RICCO IN UN PAESE POVERO”

Nel 1945 Enrico Mattei viene nominato commissario straordinario per la liquidazione dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP). Ben presto il dirigente marchigiano contravviene agli ordini, scavalcando il CDA fresco di nomina dell’AGIP e ordinando nuove trivellazioni nel lodigiano, convinto delle potenzialità dell’azienda che era stato chiamato a liquidare.
Mattei ritiene necessario mantenere in mano italiana la possibilità di beneficiare di eventuali sviluppi fruttiferi nel settore degli idrocarburi, scatenando polemiche e contrasti tra chi è pronto ad appoggiarlo e chi invece teme soprattutto una reazione da parte degli Alleati.

I sospetti di Mattei sulle insistenze per la liquidazione dell’AGIP sono confermati dalla generosa offerta, di 250 milioni, proveniente dagli Stati Uniti per l’acquisizione delle strutture dell’azienda, nonché dall’improvviso aumento di tecnici stranieri nel lodigiano e dal contestuale rilascio di permessi per esplorazioni e ricerche.
Sostenuto vivamente dai geologi, Mattei convince con le sue relazioni il Ministro dell’Industria Giovanni Gronchi e il Ministro del Tesoro Marcello Soleri: è infine nominato vicepresidente con l’incarico di continuare l’esplorazione mineraria.

Successivamente Mattei fonda l’Eni, costruendo gasdotti per lo sfruttamento del metano, ottenendo concessioni petrolifere in Medio Oriente e un importante accordo commerciale con l’Unione Sovietica.
La sua attività rompe l’oligopolio delle compagnie petrolifere mondiali (che egli stesso chiamò “le sette sorelle”), inserendo l’Italia in un periodo di autonomia nazionale oltre che rendendola competitiva nel mondo, fuori dalle logiche di sfruttamento del cartello economico.

Enrico Mattei e il cartello petrolifero (dal film “Il caso Mattei”)

Con il passare degli anni, impegnandosi anche attraverso media e politica (fonda il quotidiano Il Giorno) e aprendo ai paesi africani e mediorientali con un approccio paritario lontano da logiche colonialiste, Mattei accresce la sua potenza e mira ad uno sganciamento politico ed economico dall’orbita degli Alleati.

L’intervista (dal film “Il caso Mattei”)

Il discorso di Gagliano e la morte

Il 27 ottobre 1962 Enrico Mattei si trova a Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna. La zona è promettente in fatto di giacimenti di gas e petrolio, ma la politica locale del periodo è al soldo degli americani e cerca di sbarrargli la strada.
Mattei si rivolge alla gente del posto, alla miseria e alle speranze della gente del posto; le sue sono parole importanti, a futura memoria (se la memoria ha un futuro). Chi prese il suo posto all’Eni è andato in direzione opposta alla sua: le trivelle scorazzano selvaggiamente in Val di Noto e nei nostri mari, ma per rifornire gli arsenali della NATO.

Poche ore dopo Enrico Mattei, insieme al pilota e ad un giornalista statunitense che avrebbe dovuto intervistarlo, trova la morte a bordo del suo piccolo velocissimo jet privato che precipita mentre rientra a Milano da Catania.

Quella di Enrico Mattei non è una storia di un passato ormai lontano, non più di interesse: è la storia del nostro sciagurato Paese, trasformato in terra di conquista di altre nazioni, è la storia di un Uomo assassinato, tolto di mezzo e rimpiazzato da altri per portare avanti obiettivi ben precisi. Obiettivi ad oggi, sessanta anni dopo il suo sacrificio, sempre più evidenti.

Guardate il film.

Enrico Mattei – L’arroganza dei potenti

Articoli dell’epoca sul film

Mattei in una delle sue frequenti visite ispettive agli impianti

CLICCA E SBLOCCA IL VIDEO IN CUI FRANCESCO ROSI PARLA DEL SUO FILM

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“Il Caso Mattei” (Italia 1972) di Francesco Rosi

Regia Francesco Rosi
Soggetto e sceneggiatura Tito Di Stefano, Tonino Guerra, Nerio Minuzzo, Francesco Rosi, Fulvio Bellini (non accreditato), Alessandro Previdi (non accreditato)
Produzione VIDES

Franco Cristaldi
Fernando Ghia

Interpreti Gian Maria Volonté: Enrico Mattei
Luigi Squarzina: il giornalista liberale
Gianfranco Ombuen: ingegner Ferrari
Edda Ferronao: signora Mattei
Accursio Di Leo: personalità siciliana
Furio Colombo: assistente di Mattei
Peter Baldwin: Mc Hale
Aldo Barberito: Mauro De Mauro
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Piero Piccioni
Distribuzione CIC
Data di uscita

26 gennaio 1972

Durata
118 minuti

 

CURIOSITA’:

Negli ultimi giorni del luglio del 1970 Rosi contattò il giornalista del quotidiano palermitano L’Ora Mauro De Mauro per ricostruire le ultime ore di vita di Mattei a Gagliano. De Mauro, si recò a Gagliano dove grazie al signor Puleo, gestore del locale cinema, riuscì a procurarsi il nastro con l’ultimo discorso fatto dal Mattei; ebbe colloqui anche con Graziano Verzotto, politico e amministratore dell’Ente Minerario Siciliano (da molti indicato come molto vicino alla cosca di Giuseppe Di Cristina) e con Vito Guarrasi, personaggio molto ambiguo vicino tanto ad Amintore Fanfani quanto ai Servizi Segreti Statunitensi. Il 16 settembre del 1970 De Mauro venne sequestrato sotto casa a Palermo e non fu mai più ritrovato.

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Black Merda: una band dal “bad karma” immeritato

By Musica, Personaggi StoriciNo Comments

I Black Merda erano un combo funky rock originario di Detroit, conosciuti soprattutto per il loro primo, omonimo album. Il loro suono era uno spesso mélange di sonorità hendrixiane, funk sporco, chain-gang blues alla Muddy Waters, soul psichedelico e finanche di passaggi acustici piuttosto folky.

Daniele Pieraccini

«Let us introduce ourselves to you/We’re not prophets like some people might say/But we can save you from this mass of confusion/If you wanna be saved, we better hear you say/‘Set me free!»

Black Merda

I Black Merda erano un combo funky rock originario di Detroit, conosciuti soprattutto per il loro primo, omonimo album. Il loro suono era uno spesso mélange di sonorità hendrixiane, funk sporco, chain-gang blues alla Muddy Waters, soul psichedelico e finanche di passaggi acustici piuttosto folky.

Secondo il parere di Ellington “Fugi” Jordan (one-man band di funky psichedelico dei fine ’60 che si interessò della band in seguito ad una collaborazione, tanto da procurare loro un contratto discografico con la nota Chess Records) il loro nient’altro era che “black rock”, rock fatto da neri.

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Ellington “Fugi” Jordan con i futuri Black Merda

Il nome, estremamente infelice quando proposto a madrelingua di una lingua romanza, proviene dallo spelling slang della parola “murder”. Il gruppo lo volle per ricordare la violenza dilagante vissuta da molti afroamericani in quel periodo, soprattutto nei centri urbani del paese più “democratico e libero” del mondo, tra crisi economica e integrazione razziale accelerata. Una dichiarazione politica contro sistema poliziesco e Klan.
E’ il caso di dire che la loro reputazione (al pari del nome) li precede: ne hanno cantato le lodi, nel corso degli anni, personaggi come Julian Cope e Beastie Boys. Questo culto coltivato negli anni nei confronti del loro lavoro ha infine portato ad una reunion nel 2005.

Anthony e Charles Hawkins alle chitarre, VC Lamont Veasey (aka VC L Veasey, Veesee L Veasey, The Mighty V!) al basso, Tyrone Hite alla batteria formano la band alla fine degli anni sessanta, dopo molte esperienze in comune come turnisti: fra i tanti hanno spalleggiato Edwin Starr, Wilson Pickett, Joe Tex, The Chi-Lites, The Temptations, Eric Burdon.
Ben presto il loro look afro e soprattutto l’attitudine incendiaria dei live (a cui, a loro dire, il primo LP non renderà affatto giustizia) li denotano come leaders della scena black rock e heavy funk che sta per conoscere anche Funkadelic e The Bar-Keys.

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“Prophet”, prima traccia del primo LP

Il primo LP(1970), oggetto di culto tra appassionati e collezionisti, è un ponte ideale tra Hendrix e Funkadelic (passato e futuro del black rock) forse non così rivoluzionario come spesso è stato dipinto, ma viscerale e quasi proto-punk (del resto siamo nella patria degli MC5). Gli autori non sono però soddisfatti del risultato a livello di produzione, si sentono derubati del loro big sound e delle dinamiche che rappresentano il loro orgoglio dal vivo.

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“Cynthy-Ruth”

“Windsong”, che prefigura “Maggot Brain”

Il successo del disco è tutt’altro che travolgente, sebbene i Merda raccolgano consensi entusiasti nelle loro esibizioni live. Si rifiutano comunque di impegnarsi in tour prolungati in supporto di un disco che ritengono sotto i loro standard di musicisti.
Si spostano per un periodo in California, vivendo un buon momento di brillantezza musicale e personale, finché non sono costretti a rinunciare al batterista Tyron Hite, divenuto inaffidabile.
Subito dopo ricevono una chiamata dalla Chess records: sono convocati per registrare il seguito al primo disco, con un nuovo produttore ed un nuovo batterista. Accettano di buon grado, volenterosi di esplorare nuove direzioni musicali.
Per il secondo album (1973), Long Burn the Fire, decidono dunque di cambiare il nome in Mer-Da (!), ma non è l’unico elemento che mi ha sorpreso. La notevole svolta intrapresa dai nostri comprende elementi di pop che ricordano i Love di Arhur Lee o gli Hot Chocolate di Cicero Park. Archi compresi…

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“For you”, primo brano del secondo album “Long Burn The Fire”

Fin dal brano di apertura, la vagamente caraibica For You, il filo conduttore dell’album è evidente: le oscillazioni tra accordi minori e maggiori ci parlano di crisi bipolari, di uno scenario sociale dal quale si vorebbe fuggire, di crisi personali vissute e narrate tra metafore ed introspezioni non convenzionali e prive di sentimentalismi inutili.

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“My Mistake!”

La traccia finale, We Made Up, dimostra infine come la band ridotta all’osso strumentalmente, sappia coniugare ritmo funky ed introspezione senza neppure necessità di parole.

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“We Made Up”

Gli esiti di questa nuova parentesi artistica tuttavia si rivelano fatali. La band non prova più interesse nel progetto, non riesce più ad identificarsi in una situazione che vive da molto tempo (i tre “superstiti” si conoscono e frequentano fin da bambini) e, complici alcune scelte manageriali sbagliate, decide di interrompere l’esperienza.

Fino appunto al 2005, quando si riuniscono, un anno dopo la morte di Tyrone Hite.

Per concludere, è interessante come abbiano sempre evitato di allinearsi ad organizzazioni politiche di sinistra stile Black Panthers, nonostante le loro canzoni trattassero spesso temi politici, sociali e razziali.
“Potevamo vedere da dove provenivano e condividere punti di vista politici con alcuni di loro – sapevamo quali erano i problemi”, afferma Veasey. “Ma essere coinvolti con loro non era il nostro genere. Eravamo più dediti a essere musicisti e cantautori e, anche se non stavamo pubblicando le cose in modo esplicitamente politico, abbiamo trasmesso i nostri sentimenti.”

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Como Vou Fazer – Dois Irmãos e Mariana De Moraes (2006)

By Musica, Personaggi StoriciNo Comments

Ci sono momenti in cui la musica, la vera musica, nasce da sola per afflato divino e ci colpisce con la sua Verità.

Lorenzo Tanini

Succede ancora oggi, in tempi di “musichetta fast food” che sarebbe meglio non aver mai nemmeno ascoltato, che la bellezza assoluta riesca ad arrivare a noi, oltrepassando con la sua luminosa verità la spessa barriera del brutto che ci circonda.
Mai dirompente, più spesso è come un messaggio nella bottiglia che giunge a chi doveva arrivare, alle spiagge che erano predestinate a riceverla.

E, come un messaggio nella bottiglia, stavolta ha preso la forma di una apparentemente semplice collaborazione tentata per esperimento: un remix di uno splendido brano bossa nova scritto dai due musicisti Antoine Olivier e Glaucus Lynx (i Dois Irmãos ovvero Due Fratelli) e interpretato dalla magica voce di Mariana De Moraes.

La copertina originale dell’album “Putumayo Presents: Brazilian Lounge”

Il brano originale è Meu Amor ed è tratto dall’album Real Brasil che il duo ha realizzato nel 2006 per l’etichetta Cavendish Music e che si trova su iTunes mentre lo splendido remix del quale stiamo trattando è stato realizzato dallo stesso produttore dell’album Real Brasil sempre nel 2006 ma per l’etichetta statunitense di world music Putumayo ed è compreso nella bella raccolta Putumayo Presents: Brazilian Lounge.

La copertina dell’album “Real Brazil”

Se dei due musicisti Antoine Olivier e Glaucus Lynx (autore effettivo di Meu Amor) purtroppo poco si sa, lo stesso non si può dire di Mariana De Moraes, attrice e cantante che deriva da una famiglia da sempre dedicata al campo artistico che comprende celebri musicisti, parolieri, attori, registi, fotografi, scrittori, poeti…
Personaggi come Luíza Barreto Leite, Vinicio De Moraes, José Sanz, Sérgio Sanz, la madre Vera Valdez ma anche gli amici di famiglia come Caetano Veloso e Gal Costa, non potevano non lasciare la loro eredità sull’affascinante Mariana che, nata sotto il segno della Bilancia, ha spontaneamente donato l’energia di Venere, dea dell’Amore, a questo brano da brividi.

Mariana De Moraes

Ed è proprio questo l’effetto che provoca all’ascoltatore: brividi piacevoli e profondamente rilassanti. Nonostante le parole contengano le tracce cariche di profonda malinconia di una storia d’amore ormai finita narrata da chi gli strascichi li porta sempre addosso, questa canzone ha il potere di spalancare le porte chiuse dell’animo umano e parlare diretta al cuore, rilassando l’ascoltatore e invitandolo ad affrontare eventi della propria vita ancora mai risolti facendoci pace.

Basta leggere le decine e decine di commenti entusiasticamente innamorati per capire che questo, più che un brano musicale, è un vero e proprio atto di magia guaritrice: un abbraccio, una carezza lenitrice, un dono da parte dell’Amore e della Bellezza stessi ad una umanità ormai fin troppo provata e costretta da correnti disumane a rinunciare a sé stessa.
Un invito a recuperarsi, a riabbracciare la propria anima e il proprio Io più vero e profondo, a smetterla di cedere alle costrizioni di chi non potrà mai capire, a riprendere la consapevolezza della propria splendida essenza ed unicità e farne la propria forza vitale come doveva essere fin dall’inizio, prima di incontrare i traumi che ci hanno allontanati da essa.

Non è assolutamente un caso che Mariana De Moraes si occupi di Meditazione Trascendentale come non è un caso che la sua sensibilità emerga in questa esecuzione, che è direttamente la prima ripresa, la versione demo del pezzo poiché i seguenti tentativi in studio non riuscirono ad eguagliarla: la spontaneità è quando l’Anima si esprime.
Non resta quindi che immergersi in queste acque, in queste note liquide e amniotiche e lasciarsi trasportare da questa “Como Vou Fazer” di Dois Irmãos e Mariana De Moraes.

Ascolta il Brano “Como Vou Fazer”

Como Vou Fazer (Antoine Olivier e Glaucus Lynx)

Como eu vou fazer…
Meu amor pra sobreviver?
Deixa eu partir não quero mais…,
Pra não mais sofrer.
O amor é poesia de amar…,
Sem os teus carinhos
Não sei mais o que fazer.
Os teus olhos silenciam
O que restava do meu ser…,
Tinha uma vontade
Que esse amor me fez perder.
Eu não sei mais o que faço,
Já não falo mais.
Ando pela praia esperando te encontrar;
Quando vejo alguém ao longe,
Ai meu deus porquê?
Voltam as lembranças de tudo o que sofri por você.
Como eu vou fazer…
Meu amor pra sobreviver?
Deixa eu partir não quero mais…,
Pra não mais sofrer…
Eu não sei mais o que faço,
Já não falo mais.
Ando pela praia esperando te encontrar;
Quando vejo alguém ao longe,
Ai meu deus porquê?
Voltam as lembranças de tudo o que sofri por você.
Como eu vou fazer
Meu amor para sobreviver?
Deixa eu partir não quero mais não quero,
Para não mais sofrer.

Come farò…
mio amore, per sopravvivere?
Lasciami andare, non voglio più…,
Per non soffrire più.
L’amore è poesia d’amore…,
senza il tuo affetto
Non so cos’altro fare.
i tuoi occhi tacciono
Ciò che restava del mio essere…,
aveva una volontà
Che questo amore mi ha fatto perdere.
Non so cos’altro fare,
non parlo più.
Cammino lungo la spiaggia sperando di trovarti;
Quando vedo qualcuno in lontananza,
Oh mio Dio perché?
I ricordi di tutto ciò che ho sofferto per te tornano.
Come farò…
mio amore, per sopravvivere?
Lasciami andare, non voglio più…,
Per non soffrire più…
Non so cos’altro fare,
non parlo più.
Cammino lungo la spiaggia sperando di trovarti;
Quando vedo qualcuno in lontananza,
Oh mio Dio perché?
I ricordi di tutto ciò che ho sofferto per te tornano.
come farò…
mio amore, per sopravvivere?
Lasciami andare, non voglio più, non voglio,
Per non soffrire più.

CLICCA E SBLOCCA L’ALBUM “BRAZILIAN LOUNGE”

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