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Keith Mansfield – Our Coming Attraction

By Cinema, Musica, Personaggi StoriciNo Comments

Keith Mansfield, famoso per la sua Funky Fanfare resa celebre da Quentin Tarantino con i film Kill Bill e Grindhouse, è un compositore anglosassone autore di un sorprendente quantitativo di temi da librerie musicali davvero ottimi, capaci di evocare positività nell’ascoltatore.
Nel settore della cosiddetta Muzak è facilmente considerabile un genio, elevandosi ad un livello superiore rispetto agli altri compositori di quel filone e, con un’impressionante curriculum di oltre 60 album pubblicati in circa 30 anni di carriera, anche uno dei più prolifici di sempre.

Lorenzo Tanini

Mansfield, classe 1941, londinese, negli anni ’60 e ’70 è stato una figura fondamentale nella scena musicale delle librerie musicali anglosassoni e ha registrato un grande numero di brani per l’etichetta specialistica KPM (iniziali di Keith-Prowse-Maurice, allora divisione della EMI).

Nel settore della cosiddetta Muzak è facilmente considerabile un genio, elevandosi ad un livello superiore rispetto agli altri compositori di quel filone e, con un’impressionante curriculum di oltre 60 album pubblicati in circa 30 anni di carriera, anche uno dei più prolifici di sempre.

Le sue capacità compositive spaziano agilmente dal funk e soul di “Morning Broadway”, “Bogaloo”, “Exclusive Blend”, “Big Shot”, “Soul Thing” (che verra poi trasformata appunto nella celebre Funky Fanfare) alla disco di “Night Bird”, alle allegre ed energiche sigle televisive come Grandstand per la BBC. “Teenage Carnival” (che venne utilizzato come tema della serie televisiva per ragazzi degli anni ’60 Freewheelers), “The Young Scene” (nel 1968 sigla del programma calcistico The Big Match), “Light and Tuneful” e “World Champion” (utilizzati da BBC e NBC come apertura e chiusura dei campionati di tennis di Wimbledon), “World Series” (usato per le trasmissioni di atletica leggera della BBC), ai lenti atmosferici easy jazz di classe come “Je Reviens”, “Life of Leisure”, “Love De Luxe”, alle contaminazioni world music/jazz come la bellissima “Husky Birdsong”, alle svolte synthpop come le fantascientifiche “Superstar Fanfare” e “High Profile”.

Keith Mansfield è probabilmente meglio conosciuto dal pubblico americano per la già citata “Funky Fanfare” che venne usata per sonorizzare la serie di jingle cinematografici psichedelici Astro Daters (“Our Feature Presentation” e “Our Next Attraction” che introducevano i film – “Prevues of Coming Attractions” che introduceva i trailer dei film – “Intermission” che introduceva l’intervallo tra i vari tempi del film), prodotta dal National Screen Service alla fine degli anni ’60.

Gli Astro Daters vennero poi inseriti dal regista Tarantino nei film Kill Bill e Grindhouse, rendendoli famosi e iconici a livello mondiale e con essi anche Funky Fanfare.
Ma l’inossidabile Funky Fanfare è attualmente ancora usata come sigla in vari programmi televisivi e podcast.

Ha anche composto colonne sonore per i film Loot (1970) e Taste of Excitement (1970) e il western Ehi amigo! Tocca a te morire (1971) ma suoi brani da libreria si possono trovare anche in Tuono Rosso (1980), Fist of Fear, Touch of Death (1980) Kung Fu Killers (1981), programmi e serie tv e chissà dove altro.

Gli Astro Daters sonorizzati con Funky Fanfare

Mansfield ha anche scritto la già citata “Superstar Fanfare“, che è stata utilizzata tra le altre (in diverse varianti) da Channel Television nelle Channel Islands, dal programma di notizie di RTL plus 7 vor 7, Worldvision Enterprises e dalla Services Sound and Vision Corporation (SSVC) come jingle identificativo della British Forces TV nella Germania occidentale, Berlino, Cipro, Isole Falkland e Gibilterra negli anni ’80 e ’90.

Nel corso del tempo i suoi brani sono stati coverizzati (tra gli altri Soul Thing, di cui fu fatta una versione vocale da James Royal, “House of Jack”, e una rielaborata nel lento psichedelico “Queen St. Gang” dai canterburiani Uriel/Arzachel di Steve Hillage e Dave Stewart), rielaborati e remixati (Skeewiff, Simon Begg) ma anche campionati e riutilizzati da produttori hip-hop (Danger Mouse, Madlib, Fatboy Slim, Kal Banx).

Molte sue composizioni vengono utilizzate anche dalla NFL per i suoi film monografici delle squadre e i documentari sul Super Bowl e altre vengono usate come sigle di trasmissioni di vario genere.

Mansfield è stato anche produttore (Maynard Ferguson) e arrangiatore e direttore d’orchestra per Dusty Sprigfield (diversi brani dell’album “Dusty… Definitely”) nonchè arrangiatore orchestrale in alcuni successi dei Love Affair (“Everlasting Love“), Marmalade (“Reflections of My Life“) ed altri.
Insomma uno dei musicisti più incredibilmente talentuosi, prolifici e versatili della scena musicale, quelli che rimangono dietro le quinte mentre ti chiedi sempre chissà chi avrà scritto quel piccolo pezzo di musica che ti fa stare così bene e una volta ascoltato non ti esce più dalla mente.

Keith Mansfield in tempi recenti

CLICCA E ASCOLTA la playlist dei brani di Keith Mansfield creata da Classic2vintage per te

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Larry Coryell – Il padrino della Fusion

By Musica, Personaggi StoriciNo Comments

Un genio della chitarra che abbiamo perso nel 2017, Larry Coryell.
Insieme a Miles Davis, Weather Report e pochi altri è stato un padre fondatore di quello che oggi conosciamo come jazz-rock o fusion.
Un chitarrista considerato alla pari di nomi come Pat Metheny o John McLaughlin dagli aficionados del genere, ma trascurato dal grande pubblico nonostante dozzine di acclamati album a suo nome e numerose brillanti sessions e registrazioni, alle quali ha prestato il suo vario ed espressivo modo di suonare.

Daniele Pieraccini

«Se mi ascolti attentamente, in qualche modo esce fuori che vengo dal Texas»

Larry Coryell

Nato a Galveston, Texas, il 2 aprile del 1943 come Lorenz Albert Van DeLinder III, sordo congenito all’orecchio destro, Coryell cresce però nell’area di Seattle. All’età di quattro anni siede già al pianoforte; la sua formazione iniziale è classica, ma nell’adolescenza scoprirà la chitarra.
La sei corde lo affascina notevolmente, soprattutto nella versione fingerstyle di Chet Atkins.
Larry prova a copiare i licks che sente alla radio: su tutti quelli di Billy Butler su Honky Tonk, Pt. I di Bill Doggett e di Rick Derringer su Hang On Sloopy.
In quel periodo prende lezioni da John LaChappelle, un jazzista dell’area del Washington State, e si ispira ai dischi di chitarristi come Tal Farlow, Barney Kessel, Les Paul e Johnny Smith.

Tra le sue iniziali influenze Coryell cita anche Chuck Berry, John Coltrane e Wes Montgomery, oltre alla musica pop del periodo, su tutti gli immancabili Beatles.

A fine estate del 1965 Larry prende la sua Gibson Super 400 e due amplificatori, li carica in un Volkswagen Beetle blu e si dirige a New York, luogo che ritiene ideale per concretizzare la sua aspirazione ad entrare nel rock milieu. In realtà la sicurezza nella sua abilità di musicista non è totale, Coryell infatti si è preparato un piano B iscrivendosi all’università di Washington, facoltà di giornalismo.

Nella Grande Mela da subito si tuffa in pieno nelle jam proposte dai locali, suonando ovunque e con chiunque. Coryell è aperto a tutti gli stili ed i generi, pur mantenendo un’attitudine jazz che lo accompagnerà per tutta la vita.
La prima testimonianza su vinile della sua abilità chitarristica la troviamo su The Dealer del quintetto del batterista Chico Hamilton, datato 1965, nel quale Larry prende il posto che fu della sei corde flamboyant dell’ungherese Gábor Szabó, un altro grande innovatore dello strumento (suo lo splendido album Dreams del 1968).

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Chico Hamilton, The Dealer (Impulse, 1966)

«Il più grande musicista che sia mai vissuto per quanto mi riguarda è Jimi Hendrix. Ma lo odio perché mi ha portato via tutto ciò che era mio.»

Larry Coryell

In questo periodo di “apprendistato” di lusso, Coryell si distingue per l’uso di corde piuttosto spesse, alla Chuck Berry e per uno stile innovativo e rumoroso, con un timbro “fat” e quasi distorto, per niente lontano da quello di Jimi Hendrix.
La reputazione che Larry si costruisce all’interno del Greenwich Village lo porta a suonare con tutti i più grandi nomi dell’epoca. All’interno di questa libera ed eterogenea comunità conosce tutti e suona con tutti, sperimenta l’LSD, stringe amicizia con Robbie Robertson e Mike Bloomfield collaborando con musicisti rock-blues come con gli avant-jazzers. Miles Davis, Tony Williams, Buddy Miles, Mitch Mitchell, Stevie Winwood, Jack Bruce…lo stesso Hendrix, nel corso delle sessions effettuate insieme, “carpisce” a Coryell alcuni accordi e tecniche che assimilerà nel suo repertorio.

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The Free Spirits

Nel 1966 entra a far parte dei The Free Spirits, gruppo di matrice jazz che Coryell orienta verso un formato più rock. Il repertorio della band incorpora elementi psichedelici, garage e pop, che fonde in maniera originale nell’album Out of Sight and Sound, considerato come uno dei primi esempi di jazz-rock. Il successo non arriverà mai per la band, che si esibirà, perlopiù ignorata, in molte serate nel club newyorchese The Scene.
Nel 1967 Coryell lascia la formazione per unirsi al virtuoso vibrafonista dell’Indiana Gary Burton, ex Stan Getz Quartet.

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Con Gary Burton

«Le prime registrazioni che suggerivano che una sintesi artisticamente ed esteticamente soddisfacente di jazz e rock fosse possibile»

Larry Coryell

Due anni prima degli esempi nobili di Miles Davis (In A Silent Way) e Frank Zappa (Hot Rats), le regole del jazz-rock iniziano ad essere codificate con Duster e Lofty Fake Anagram, due album dalla grande forza immaginifica prodotti dal quartetto formato da Burton, Coryell, il bassista Steve Swallow ed il leggendario batterista jazz Roy Haynes nel primo LP, sostituito nel sequel da un altro pezzo da novanta dei tamburi, Bob Moses (già nei Free Spirits).
La scaletta di Duster è composta quasi totalmente da brani a firma di Burton, Carla Bley, Mike Gibbs e Steve Swallow e presenta melodie memorabili, costruite su fondamenta armoniche sofisticate, attraversate dal pirotecnico vibrafono suonato a quattro bacchette dal band leader.
Jazz, rock, blues, influenze orientali e altro entrano in collisione in queste tracce; alcune soluzioni possono sembrare datate e rozze oggi, ma l’insieme continua a mostrarci la brillantezza dello spirito di ricerca dell’epoca.
Un lavoro radicale, con il quale il rock inizia a farsi strada un po’ ovunque, nel panorama dei generi musicali.

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One, Two, 1-2-3-4

La chitarra di Coryell ruba talvolta la scena al leader Burton. In One, Two, 1-2-3-4, scritta da lui con Burton, la sua elettrica hollow body va in feedback ed è un principio di incendio musicale quello che ne scaturisce. Altrove Larry è invece espressivo ma misurato, decorando le tracce con il suo stile ibrido.
Nel successivo Lofty Fake Anagram il quartetto prosegue l’esplorazione musicale con eleganza e passione, avvalendosi di una serie di brani originali composti da Burton e Swallow.
L’interplay tra Coryell e Burton è di nuovo sugli scudi, anche se nel missaggio stavolta il volume della chitarra è decisamente più contenuto (l’ego dei musicisti band-leader?).
Intenzionato a proseguire il suo percorso di ricerca, Coryell lascia quindi la band. Gary Burton avrà al suo servizio negli anni a seguire molti altri chitarristi di talento, per citarne un paio Pat Metheny e John Scofield.

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Stiff Neck da Lady Coryell

The Jam With Albert

«Il chitarrista più inventivo e originale dai tempi di Charlie Christian»

Withney Balliett, critico jazz New Yorker Magazine

Oltre a partecipazioni in dischi di altri artisti, Larry sforna album solisti a ripetizione per la Vanguard records, dal primo Lady Coryell (1969) a Planet End (1975), oltre ad un paio di lavori per la Flying Dutchman.

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Wrong is Right da Spaces

Spaces, registrato a fine ’69, è il lavoro più noto. Il disco contiene in embrione quella che sarà la fusion degli anni settanta: tempi dispari, intrecci di chitarre e idee innovative al basso, tutto in bilico tra generi diversi.
Una scorpacciata di chitarre (con Larry troviamo John McLaughlin), sorretta ed arricchita da due nomi come Billy Cobham alle pelli e Miroslav Vitous al basso.

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Souls Dirge, da Fairyland

Call to the higher consciousness

Con la lunga jam Call to the Higher Consciousness contenuta in Barefoot Boy (1971) Coryell incontra anche il progressive rock; nello stesso anno esce pure l’album Live at the Village Gate, nel quale canta anche la moglie Julie Coryell. Si tratta di un album che documenta in maniera purtroppo incompleta un live del power trio composto da Larry, Mervin Bronson al basso e Harry Wilkinson alla batteria; la musica proposta si muove più in territorio rock che jazz, curiosamente potrebbe suggerire qualcosa su dove sarebbe andato a parare Hendrix se fosse sopravvissuto e si fosse avvicinato al jazz. Oltre alla Experience in questo live troviamo affinità anche con i Cream: è presente infatti anche un brano di Jack Bruce, con il quale Coryell ha suonato in tournèe un paio di anni prima.

«Volevo migliorare il contenuto intellettuale della fraseologia limitata del suonare rock e blues e, allo stesso tempo, iniettare più energia “down home” basata sul blues nelle idee jazz.»

Larry Coryell

A questo punto della sua carriera Coryell non e’ piu’ interessato ad assoli acrobatici, la sua attenzione è rivolta piuttosto all’improvvisazione di gruppo. Con un quintetto piu’ tradizionale (con Mandel e Marcus) Coryell registra Offering (gennaio 1972) e The Real Great Escape (1973)
Nello stesso periodo il chitarrista presenta la sua nuova band The Eleventh House, che esegue una sorta di hard rockin jazz fusion, con influenze prog e linee “metalliche” di synth.
All’epoca (basti pensare ai coevi Return To Forever e Mahavishnu Orchestra) molti musicisti di talento erano attratti dall’idea di trovare la propria “voce” espressiva creando una personale visione del jazz.

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Live at the Village Gate

The Eleventh House

Robuste dosi di rock, blues e funk erano pompate nelle sessions di questi artisti; la componente pop era conseguenza del successo di nomi come Stevie Wonder o Aretha Franklin.
Le potenzialità commerciali del genere fusion non sono ancora la priorità. Per il momento si esplorano nuovi territori in ambito musicale; i musicisti jazz, “elettrificandosi”, ambiscono a costruirsi una nuova identità musicale, a sviluppare uno stile personale, una voce propria.
Il grande pubblico conoscerà la fusion dopo la metà dei ’70, quando le composizioni si faranno più semplici o quantomeno più orecchiabili. I dischi jazz-rock si orienteranno verso il successo commerciale, pur restando in gran parte lavori di gran pregio musicale prodotti da musicisti di talento.
Il percorso indicato dal lavoro e dalle intuizioni di pochi come Coryell si sposta in uno scenario più vasto: la fusion diviene un fenomeno di portata mondiale.

«Ho lasciato o perso interesse per tutto. A quel punto il mio obiettivo più importante era bere birra e sballarmi…»

Larry Coryell

Nel 1977 Larry corona un altro sogno: collabora con Charles Mingus nell’album Three or Four Shades of Blue. Nel 1978 suona in ben sette albums; l’anno dopo forma un super trio chitarristico con la vecchia conoscenza John McLaughlin ed addirittura Paco De Lucia. Il terzetto parte per un tour europeo che Coryell non porterà a termine: l’abuso di droghe ed alcol lo ha condotto ad un crocevia di vita o morte. La scelta del nostro è solida e definitiva, tanto che, uscito dalla riabilitazione, resterà “pulito” fino alla fine.

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Mingus – Three or four shades of blue

Negli anni ottanta Larry, che nel frattempo si è dedicato al buddismo di Nichiren, prende sotto la sua ala protettiva la giovane chitarrista Emily Remler, con la quale incide Together, un album di duetti chitarristici del 1985. Con la collega intreccia anche una relazione sentimentale, ma i suoi tentativi di salvare la ragazza dalla dipendenza da eroina non hanno successo: la Remler morirà a soli 32 anni.

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Larry Coryell And Emily Remler – Joy Spring

«Quando sono uscito dalla riabilitazione, ero determinato che qualunque cosa sarebbe successo nella mia vita, non sarei più tornato a quello stile di vita velenoso e distruttivo»

Larry Coryell

Forse perso l’interesse per la fusion, Coryell riscopre il suo lato folk e classico, compiendo così una inversione dal punto di vista stilistico ma non di attitudine verso la ricerca.

Gli anni che seguono la ripresa infatti sono prolifici più che mai e mettono in severa crisi i musicologi che cercano di catalogare l’arte prodotta da Larry. Pur avendo ripiegato quasi integralmente sulla chitarra acustica, le sue ricerche continuano a riguardare molti territori diversi. Jazz, post bop, fusion, folk, rock ,blues, bluegrass, musica modale indiana, musica brasiliana, rivisitazioni di compositori classici…questo eterno, umile, studente mostra lo stesso fuoco, la stessa voglia (e, in certe occasioni, anche la stessa velocità di esecuzione sulla sei corde!) della gioventù.

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‘Round Midnight

Larry Coryell, Monk, Trane, Miles & Me (HighNote, 1998)

C’è un rovescio della medaglia: il suo stile musicale (e di vita) improvvisato lo priva, almeno dagli anni ’80 in poi, di un percorso coerente nella produzione artistica. Le collaborazioni, forse a volta frutto del caso, mettono in evidenza sia il suo bagaglio tecnico che un certo appiattimento privo di reali necessità narrative.
Detto questo, Coryell lascia qualche zampata di classe anche negli ultimi decenni, via via distillando le note e rallentando, come per ritrovare una via meditata alle proprie radici, alle proprie origini. Sorprendendo però, tanto per non smentirsi, con gli ultimi due dischi, decisamente elettrici.
The Lift (2013) per esempio è un tuffo all’indietro nell’energia dei suoi primi dischi solisti, grooves e progressioni “semplici” ma funzionali, convincenti ed incredibilmente freschi.

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The Lift

«Il tuo karma è sempre davanti a te. È sempre lì. E attraverso la pratica puoi cambiare il tuo karma. Attraverso la pratica puoi trasformare la negatività in positività.»

Larry Coryell

Nel febbraio 2017 Larry ci saluta, lasciando al mondo un’eredità artistica raccolta nel tempo da chitarristi come John McLaughlin, Bill Connors, Al Di Meola, Allan Holdsworth, Steve Kahn, Scott Henderson e Mike Stern, per citarne alcuni.
Nel corso della sua carriera Coryell ha saputo trasmettere, senza esibizionismi artificiosi, tutta la bellezza e l’inquietudine della chitarra, la sua l’immediatezza ed i suoi risvolti misteriosi.
Per gli appassionati di musica che pensano fuori dagli schemi, questa leggenda della musica riserva un archivio monumentale di gemme da scoprire.

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Black Merda: una band dal “bad karma” immeritato

By Musica, Personaggi StoriciNo Comments

I Black Merda erano un combo funky rock originario di Detroit, conosciuti soprattutto per il loro primo, omonimo album. Il loro suono era uno spesso mélange di sonorità hendrixiane, funk sporco, chain-gang blues alla Muddy Waters, soul psichedelico e finanche di passaggi acustici piuttosto folky.

Daniele Pieraccini

«Let us introduce ourselves to you/We’re not prophets like some people might say/But we can save you from this mass of confusion/If you wanna be saved, we better hear you say/‘Set me free!»

Black Merda

I Black Merda erano un combo funky rock originario di Detroit, conosciuti soprattutto per il loro primo, omonimo album. Il loro suono era uno spesso mélange di sonorità hendrixiane, funk sporco, chain-gang blues alla Muddy Waters, soul psichedelico e finanche di passaggi acustici piuttosto folky.

Secondo il parere di Ellington “Fugi” Jordan (one-man band di funky psichedelico dei fine ’60 che si interessò della band in seguito ad una collaborazione, tanto da procurare loro un contratto discografico con la nota Chess Records) il loro nient’altro era che “black rock”, rock fatto da neri.

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Ellington “Fugi” Jordan con i futuri Black Merda

Il nome, estremamente infelice quando proposto a madrelingua di una lingua romanza, proviene dallo spelling slang della parola “murder”. Il gruppo lo volle per ricordare la violenza dilagante vissuta da molti afroamericani in quel periodo, soprattutto nei centri urbani del paese più “democratico e libero” del mondo, tra crisi economica e integrazione razziale accelerata. Una dichiarazione politica contro sistema poliziesco e Klan.
E’ il caso di dire che la loro reputazione (al pari del nome) li precede: ne hanno cantato le lodi, nel corso degli anni, personaggi come Julian Cope e Beastie Boys. Questo culto coltivato negli anni nei confronti del loro lavoro ha infine portato ad una reunion nel 2005.

Anthony e Charles Hawkins alle chitarre, VC Lamont Veasey (aka VC L Veasey, Veesee L Veasey, The Mighty V!) al basso, Tyrone Hite alla batteria formano la band alla fine degli anni sessanta, dopo molte esperienze in comune come turnisti: fra i tanti hanno spalleggiato Edwin Starr, Wilson Pickett, Joe Tex, The Chi-Lites, The Temptations, Eric Burdon.
Ben presto il loro look afro e soprattutto l’attitudine incendiaria dei live (a cui, a loro dire, il primo LP non renderà affatto giustizia) li denotano come leaders della scena black rock e heavy funk che sta per conoscere anche Funkadelic e The Bar-Keys.

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“Prophet”, prima traccia del primo LP

Il primo LP(1970), oggetto di culto tra appassionati e collezionisti, è un ponte ideale tra Hendrix e Funkadelic (passato e futuro del black rock) forse non così rivoluzionario come spesso è stato dipinto, ma viscerale e quasi proto-punk (del resto siamo nella patria degli MC5). Gli autori non sono però soddisfatti del risultato a livello di produzione, si sentono derubati del loro big sound e delle dinamiche che rappresentano il loro orgoglio dal vivo.

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“Cynthy-Ruth”

“Windsong”, che prefigura “Maggot Brain”

Il successo del disco è tutt’altro che travolgente, sebbene i Merda raccolgano consensi entusiasti nelle loro esibizioni live. Si rifiutano comunque di impegnarsi in tour prolungati in supporto di un disco che ritengono sotto i loro standard di musicisti.
Si spostano per un periodo in California, vivendo un buon momento di brillantezza musicale e personale, finché non sono costretti a rinunciare al batterista Tyron Hite, divenuto inaffidabile.
Subito dopo ricevono una chiamata dalla Chess records: sono convocati per registrare il seguito al primo disco, con un nuovo produttore ed un nuovo batterista. Accettano di buon grado, volenterosi di esplorare nuove direzioni musicali.
Per il secondo album (1973), Long Burn the Fire, decidono dunque di cambiare il nome in Mer-Da (!), ma non è l’unico elemento che mi ha sorpreso. La notevole svolta intrapresa dai nostri comprende elementi di pop che ricordano i Love di Arhur Lee o gli Hot Chocolate di Cicero Park. Archi compresi…

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“For you”, primo brano del secondo album “Long Burn The Fire”

Fin dal brano di apertura, la vagamente caraibica For You, il filo conduttore dell’album è evidente: le oscillazioni tra accordi minori e maggiori ci parlano di crisi bipolari, di uno scenario sociale dal quale si vorebbe fuggire, di crisi personali vissute e narrate tra metafore ed introspezioni non convenzionali e prive di sentimentalismi inutili.

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“My Mistake!”

La traccia finale, We Made Up, dimostra infine come la band ridotta all’osso strumentalmente, sappia coniugare ritmo funky ed introspezione senza neppure necessità di parole.

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“We Made Up”

Gli esiti di questa nuova parentesi artistica tuttavia si rivelano fatali. La band non prova più interesse nel progetto, non riesce più ad identificarsi in una situazione che vive da molto tempo (i tre “superstiti” si conoscono e frequentano fin da bambini) e, complici alcune scelte manageriali sbagliate, decide di interrompere l’esperienza.

Fino appunto al 2005, quando si riuniscono, un anno dopo la morte di Tyrone Hite.

Per concludere, è interessante come abbiano sempre evitato di allinearsi ad organizzazioni politiche di sinistra stile Black Panthers, nonostante le loro canzoni trattassero spesso temi politici, sociali e razziali.
“Potevamo vedere da dove provenivano e condividere punti di vista politici con alcuni di loro – sapevamo quali erano i problemi”, afferma Veasey. “Ma essere coinvolti con loro non era il nostro genere. Eravamo più dediti a essere musicisti e cantautori e, anche se non stavamo pubblicando le cose in modo esplicitamente politico, abbiamo trasmesso i nostri sentimenti.”

CLICCA E GUARDA I RIFORMATI BLACK MERDA DAL VIVO CON “CYNTHY-RUTH”

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Como Vou Fazer – Dois Irmãos e Mariana De Moraes (2006)

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Ci sono momenti in cui la musica, la vera musica, nasce da sola per afflato divino e ci colpisce con la sua Verità.

Lorenzo Tanini

Succede ancora oggi, in tempi di “musichetta fast food” che sarebbe meglio non aver mai nemmeno ascoltato, che la bellezza assoluta riesca ad arrivare a noi, oltrepassando con la sua luminosa verità la spessa barriera del brutto che ci circonda.
Mai dirompente, più spesso è come un messaggio nella bottiglia che giunge a chi doveva arrivare, alle spiagge che erano predestinate a riceverla.

E, come un messaggio nella bottiglia, stavolta ha preso la forma di una apparentemente semplice collaborazione tentata per esperimento: un remix di uno splendido brano bossa nova scritto dai due musicisti Antoine Olivier e Glaucus Lynx (i Dois Irmãos ovvero Due Fratelli) e interpretato dalla magica voce di Mariana De Moraes.

La copertina originale dell’album “Putumayo Presents: Brazilian Lounge”

Il brano originale è Meu Amor ed è tratto dall’album Real Brasil che il duo ha realizzato nel 2006 per l’etichetta Cavendish Music e che si trova su iTunes mentre lo splendido remix del quale stiamo trattando è stato realizzato dallo stesso produttore dell’album Real Brasil sempre nel 2006 ma per l’etichetta statunitense di world music Putumayo ed è compreso nella bella raccolta Putumayo Presents: Brazilian Lounge.

La copertina dell’album “Real Brazil”

Se dei due musicisti Antoine Olivier e Glaucus Lynx (autore effettivo di Meu Amor) purtroppo poco si sa, lo stesso non si può dire di Mariana De Moraes, attrice e cantante che deriva da una famiglia da sempre dedicata al campo artistico che comprende celebri musicisti, parolieri, attori, registi, fotografi, scrittori, poeti…
Personaggi come Luíza Barreto Leite, Vinicio De Moraes, José Sanz, Sérgio Sanz, la madre Vera Valdez ma anche gli amici di famiglia come Caetano Veloso e Gal Costa, non potevano non lasciare la loro eredità sull’affascinante Mariana che, nata sotto il segno della Bilancia, ha spontaneamente donato l’energia di Venere, dea dell’Amore, a questo brano da brividi.

Mariana De Moraes

Ed è proprio questo l’effetto che provoca all’ascoltatore: brividi piacevoli e profondamente rilassanti. Nonostante le parole contengano le tracce cariche di profonda malinconia di una storia d’amore ormai finita narrata da chi gli strascichi li porta sempre addosso, questa canzone ha il potere di spalancare le porte chiuse dell’animo umano e parlare diretta al cuore, rilassando l’ascoltatore e invitandolo ad affrontare eventi della propria vita ancora mai risolti facendoci pace.

Basta leggere le decine e decine di commenti entusiasticamente innamorati per capire che questo, più che un brano musicale, è un vero e proprio atto di magia guaritrice: un abbraccio, una carezza lenitrice, un dono da parte dell’Amore e della Bellezza stessi ad una umanità ormai fin troppo provata e costretta da correnti disumane a rinunciare a sé stessa.
Un invito a recuperarsi, a riabbracciare la propria anima e il proprio Io più vero e profondo, a smetterla di cedere alle costrizioni di chi non potrà mai capire, a riprendere la consapevolezza della propria splendida essenza ed unicità e farne la propria forza vitale come doveva essere fin dall’inizio, prima di incontrare i traumi che ci hanno allontanati da essa.

Non è assolutamente un caso che Mariana De Moraes si occupi di Meditazione Trascendentale come non è un caso che la sua sensibilità emerga in questa esecuzione, che è direttamente la prima ripresa, la versione demo del pezzo poiché i seguenti tentativi in studio non riuscirono ad eguagliarla: la spontaneità è quando l’Anima si esprime.
Non resta quindi che immergersi in queste acque, in queste note liquide e amniotiche e lasciarsi trasportare da questa “Como Vou Fazer” di Dois Irmãos e Mariana De Moraes.

Ascolta il Brano “Como Vou Fazer”

Como Vou Fazer (Antoine Olivier e Glaucus Lynx)

Como eu vou fazer…
Meu amor pra sobreviver?
Deixa eu partir não quero mais…,
Pra não mais sofrer.
O amor é poesia de amar…,
Sem os teus carinhos
Não sei mais o que fazer.
Os teus olhos silenciam
O que restava do meu ser…,
Tinha uma vontade
Que esse amor me fez perder.
Eu não sei mais o que faço,
Já não falo mais.
Ando pela praia esperando te encontrar;
Quando vejo alguém ao longe,
Ai meu deus porquê?
Voltam as lembranças de tudo o que sofri por você.
Como eu vou fazer…
Meu amor pra sobreviver?
Deixa eu partir não quero mais…,
Pra não mais sofrer…
Eu não sei mais o que faço,
Já não falo mais.
Ando pela praia esperando te encontrar;
Quando vejo alguém ao longe,
Ai meu deus porquê?
Voltam as lembranças de tudo o que sofri por você.
Como eu vou fazer
Meu amor para sobreviver?
Deixa eu partir não quero mais não quero,
Para não mais sofrer.

Come farò…
mio amore, per sopravvivere?
Lasciami andare, non voglio più…,
Per non soffrire più.
L’amore è poesia d’amore…,
senza il tuo affetto
Non so cos’altro fare.
i tuoi occhi tacciono
Ciò che restava del mio essere…,
aveva una volontà
Che questo amore mi ha fatto perdere.
Non so cos’altro fare,
non parlo più.
Cammino lungo la spiaggia sperando di trovarti;
Quando vedo qualcuno in lontananza,
Oh mio Dio perché?
I ricordi di tutto ciò che ho sofferto per te tornano.
Come farò…
mio amore, per sopravvivere?
Lasciami andare, non voglio più…,
Per non soffrire più…
Non so cos’altro fare,
non parlo più.
Cammino lungo la spiaggia sperando di trovarti;
Quando vedo qualcuno in lontananza,
Oh mio Dio perché?
I ricordi di tutto ciò che ho sofferto per te tornano.
come farò…
mio amore, per sopravvivere?
Lasciami andare, non voglio più, non voglio,
Per non soffrire più.

CLICCA E SBLOCCA L’ALBUM “BRAZILIAN LOUNGE”

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Mike Bloomfield – Dalla testa, dal cuore e dalle mani

By Musica, Personaggi StoriciNo Comments

Muddy Waters lo chiamava “my son”. Eric Clapton lo definì “music on two legs”.
Una personalità originale, un chitarrista che fece cose che nessuno aveva mai sentito prima, che influenzarono ed influenzano tuttora chiunque suoni rock.

Daniele Pieraccini

«The whole idea is that if you turn your amp up to 10, you should still be able to play at a whisper – you’ve got to learn to control your hands»

Mike Bloomfield

Muddy Waters lo chiamava “my son”. Eric Clapton lo definì “music on two legs”.

Mike Bloomfield trasformò per sempre la scena blues di Chicago. Con i suoi soli lunghi e ispirati, che attingevano anche ai Raga indiani, rappresentò un’influenza enorme su tutti i chitarristi venuti dopo.

Una personalità originale, un chitarrista che fece cose che nessuno aveva mai sentito prima, che influenzarono ed influenzano tuttora chiunque suoni rock.

Al festival di Newport

Michael Bernard Bloomfield nasce a Chicago il 28 luglio del 1943 sotto il segno del Leone.
Figlio di una famiglia ebrea benestante, ben presto realizza di non appartenere a quel lato della città. Il ragazzo non ha nessuna intenzione di ereditare l’attività familiare: passa il suo tempo nella zona sud, nei locali in cui suonano i suoi idoli. Chicago è il paradiso del blues elettrico: i nomi di riferimento che circolano sono quelli di Sonny Boy Williamson, Little Walter, Otis Spann per non parlare dei due giganti, Muddy Waters e Howlin’ Wolf.

Non ci vuole molto perché Mike salga sul palco insieme a loro: a 17 anni ha già suonato in jam improvvisate con i più grandi. Un privilegio riservato a ben pochi bianchi.

Ma all’inizio degli anni sessanta il blues ha un calo di popolarità: quello che va di moda è il folk revival. Bloomfield imbraccia la chitarra acustica, mai dimenticando le sue radici, infatti continua a suonare con veterani come Sleepy John Estes o Big Joe Williams.
Apre anche un locale, il “Fickle Pickle”, dove si suonano folk e blues acustico.

Con Howlin Wolf

Con Sunnyland Slim al Fricke Pickle

Ben presto però decide di spostarsi a New York, in cerca di un contratto discografico.
Con la sua Telecaster a tracolla è ormai un chitarrista maturo e Paul Rothchild, presidente dell’Elektra, vuole inserirlo nella Paul Butterfield Blues Band.
L’operazione non è così semplice: Bloomfield è a conoscenza della ruvidezza con cui l’armonicista interpreta il ruolo di band-leader. Butterfield è noto per il suo stile innovativo ed incisivo, ma anche per il suo ego sproporzionato e non vuole cedere spazio ad altri protagonisti.

Un compromesso viene però in qualche modo raggiunto, dando vita ad una delle prime band di blues rock della storia: Born In Chicago (1965) è l’esordio di uno dei primi gruppi misti del paese, con una sezione ritmica formata da Sam Lay e Jerome Arnold, ex membri della band di Howlin’ Wolf, Elvin Bishop alla chitarra, Mark Naftalin alle tastiere e Butterfield alla voce e armonica.
Oltre, ovviamente, al nostro Mike, che si scatena in un assolo memorabile su Blues With A Feeling.

La freschezza e la potenza di quel disco sorprendono anche oggi; il lavoro di chitarra di Bloomfield
lo classifica come influenza determinante nel revival del classic-blues di Chicago che prende il via proprio in quel periodo.

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Blues with a Feeling – Paul Butterfield Blues Band

Dylan lo vuole in pianta stabile nel suo gruppo, ma dopo il celebre live di Newport Mike saluta la compagnia per dedicarsi al suo personale progetto. In realtà la collaborazione non poteva durare a lungo: il volume del suo amplificatore è insostenibile per il pubblico di Dylan, anche i meno intransigenti sono comunque “educati” ad un ascolto folk.
Il motivo principale dietro all’abbandono di Bloomfield consiste però nei limiti imposti dal band-leader, che limitano i riferimenti all’amato blues ed impediscono al nostro di brillare come con Butterfield.

Poco male, anzi benissimo, visto che nel luglio del 1966 Bloomfield con la solita Butterfield Blues band pubblica East-West, che sconvolge un mondo di musicisti in un periodo certo non avaro di opere innovative e memorabili.

Oltre al blues si trovano infatti, fuse insieme mirabilmente, influenze soul e rock, free jazz e indiane.
La title track è uno dei brani più influenti della storia del rock: la partenza ed il primo sviluppo si aggirano ancora in territorio blues, ma dopo qualche minuto il territorio da esplorare si estende fino al jazz (la musica modale di John Coltrane) e alla musica indiana (i Raga di Ravi Shankar), per approdare ad un dialogo tra chitarre (la sua e quella di Elvin Bishop) che prefigura quello che sarà il segno distintivo degli Allman Brothers.

Bloomfield, con una Les Paul Goldtop del 1956 in un amplificatore Gibson Falcon, si cimenta in tredici minuti epocali di musica, che battezzano in anticipo le chilometriche jam di fine ’60 e l’acid rock di San Francisco, aggiungendo alla lista degli “ispirati” da Bloomfield anche Jefferson Airplane e Grateful Dead.

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East/West – Paul Butterfield Blues Band

I Got A Mind to Give Up Living – Paul Butterfield Blues Band

La collaborazione con Bishop giunge ben presto al termine, quest’ultimo infatti reclama uno spazio maggiore dopo una crescita musicale che senz’altro deve a Bloomfield e se ne va in cerca di nuovi stimoli.

Mike, ad inizio 1967, fonda una nuova band, Electric Flag. Si tratta di una delle prime horn bands della musica rock e comprende l’organista Barry Goldberg, il batterista Buddy Miles e il cantante Nick Gravenites oltre ovviamente una sezione fiati.
Subito Peter Fonda gli chiede di incidere la colonna sonora di The Trip; Bloomfield ed i suoi eseguono, mescolando sorprendentemente elettronica, rumore, psichedelia, country, ragtime e blues.

Nel giugno dello stesso anno la band si esibisce al festival di Monterey, in cui Bloomfield si presenta con quella che sarà la chitarra più iconica della sua carriera: una Gibson Les Paul Standard Sunburst del 1959.
L’esibizione degli Electric Flag lascia decisamente il segno, innalzando le aspettative da parte di stampa e pubblico.

Electric Flag a Monterey

Il momento d’oro non è sfruttato dalla band, che ultima il disco successivo in ritardo, forse per problemi di droga e sicuramente a causa di cambi di formazione che richiedono molto tempo passato in studio a provare.
Eppure, quando finalmente esce nel 1968, A long Time Comin’ non delude le aspettative.

In gran parte devoto a blues, soul e jazz, il disco presenta addirittura suoni e voci “campionati” e missati con la musica eseguita dal gruppo. Sicuramente Miles Davis trarrà ispirazione da questo lavoro. Bloomfield esegue una versione della Killing Floor di Howlin Wolf come fosse un infervorato comizio psichedelico e regala altri momenti entusiasmanti come Wine e Texas.

Il disco però si rivela un insuccesso commerciale e nel frattempo Buddy Miles sta prendendo sempre più le redini del gruppo; Bloomfield, afflitto da problemi di insonnia che cerca invano di “curare” con l’uso di eroina, lascia così il gruppo.

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Killing Floor – Electric Flag

Texas – Electric Flag

Al Kooper, che ha invece mollato i Blood, Sweat & Tears, lo ammira al punto da considerarlo il miglior chitarrista mai visto e riesce nell’intento di smuoverlo coinvolgendolo nella registrazione di una jam session in stile jazz ma con forte connotazione rock.

Dopo aver lasciato la chitarra (ritenendo più che sufficienti le sei corde di Bloomfield…) per passare definitivamente all’organo, Kooper registra sei ore di jam nel maggio 1968, ricavandone cinque brani magistrali. Bloomfield, usando soltanto la sua Les Paul attaccata ad un Twin Reverb e le sue dita, sfodera forse il suo capolavoro: His Holy Modal Majesty, di nuovo ispirata da jazz e Raga.

Albert’s Shuffle, uno degli strumentali di blues chitarristico più belli di sempre, con la sua ferocia controllata, è esemplare della personalità musicale di Mike: energia, feeling, precisione ritmica, tocco, intonazione, gusto…i suoi fraseggi e il tono della sua Gibson rendono letteralmente vocale quello che esce dall’amplificatore.

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His Holy Modal Majesty – Al Kooper, Mike Bloomfield

Albert’s Shuffle – Al Kooper, Mike Bloomfield

Kooper però, al risveglio del giorno successivo alle registrazioni, non trova più Bloomfield. Il chitarrista se ne è andato, tormentato dall’insonnia. Il disco viene quindi trasformato in una jam da super gruppo, formato che andrà di moda negli anni immediatamente successivi.
Super Session vede quindi la luce con il contributo di Bloomfield limitato alla prima facciata, sostituito da Stephen Stills nella seconda.
Il disco, in termini commerciali, risulterà il più grande successo di Bloomfield, che tuttavia non se ne curerà mai più di tanto.

Il nostro ricompare per una serie di live con Kooper, dai risultati non meno che spettacolari.
Ben presto però scompare nuovamente, sostitutito da Steve Miller prima e da un giovane messicano sconosciuto di nome Carlos Santana, convinto di suonare con il suo idolo Bloomfield e conseguentemente deluso dall’assenza di quest’ultimo, al punto di dichiarare, tempo dopo, che avrebbe volentieri scambiato quella favolosa opportunità con la possibilità di suonare con Mike.

Nonostante uno stato psicofisico non ottimale, Bloomfield si ripresenta a dicembre 1968 per suonare in un live che lancerà la carriera di Johnny Winter.

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I Wonder Who – Al Kooper, Mike Bloomfield

Il 1969 lo vede suonare in dischi importanti (Janis Joplin, Muddy Waters, Mother Earth) e debuttare a suo nome con It’s Not Killing Me.
Lo vede anche esibirsi con Nick “The Greek” Gravenites in un micidiale concerto che sarà immortalato in due dischi, Live at Bill Graham’s Fillmore West e My labors.

Il suo stile è giunto all’apice, purtroppo può dirsi lo stesso del demone che lo tormenta da anni.

Insonnia e droga lo stanno uccidendo: nel 1970, a 27 anni non muore come Hendrix o Joplin, ma abbandona la sua poesia, la chitarra. L’eroina lo sta svuotando completamente di ogni stimolo e forza.

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Moon Tune – Nick Gravenites ft. Mike Bloomfield

Gli anni ’70 sono una discesa verso il buio. L’uomo che a 17 anni divideva il palco con Muddy Waters, che ha cambiato il mondo della musica rock e lo stile con cui approcciare la chitarra, pioniere delle jam rock e di altri formati divenuti classici, si ritrova a musicare film porno, schiavo di alcol ed eroina.

Dopo averci lasciato qualche altra gemma, nascosta qua e là in una produzione che risente inevitabilmente del suo declino umano, Michael Bernard Bloomfield abbandona questo mondo nel 1981 in seguito ad una overdose. Un decesso avvenuto in circostanze non chiare: molti parlavano di una festa privata e del successivo trasporto del suo corpo in auto, per essere scaricato altrove.

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The Gospel Truth – Mike Bloomfield

Mike Bloomfield, nell’immaginario comune, non è considerato un “guitar hero”, un personaggio “maledetto” da poster per le camerette degli adolescenti.
Non è un nome subito collegabile ad un immaginario condiviso da molti ed in grado di suscitare entusiasmo ed approvazione a comando.

Ma l’eredità che ci ha lasciato e gli obiettivi artistici raggiunti hanno pochi eguali.
In molti hanno in casa dischi in cui ha suonato e magari neppure lo sanno.

L’invito è quello di scoprirlo o rivalutarlo, gli ascolti di molti suoi lavori riservano sicure ricompense e possono offrire una prospettiva poco sfruttata ma imprescindibile con la quale inquadrare la storia del blues e del rock.

CLICCA E GUARDA Il FILM SULLA STORIA DI MIKE BLOOMFIELD!

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Alastair Riddell & Space Waltz (1975)

By Musica, Personaggi StoriciNo Comments

Alastair Riddell è un personaggio mitico in Nuova Zelanda, un folletto magico che ha iniziato a suonare in gruppi all'età di quattordici anni e per tutta la vita ha continuato a scrivere musica e ad esibirsi in pubblico, in una carriera che attraversa un arco di oltre 50 anni.

Lorenzo Tanini

Alastair Riddell giovanissimo

Alastair Riddell iniziò come membro degli Original Sun con suo fratello Ron alla fine degli anni sessanta, con i quali passò dal blues alla John Mayall a quello più psichedelico sull’onda dei Cream e Hendrix.
Nel 1971, ai tempi in cui studiava antropologia all’Università di Auckland, incontrò il tastierista Tony Rayner e il batterista Paul Crowther (proprio il creatore del mitico overdrive Hot Cake). Con l’aggiunta del chitarrista Paul Wilkinson e del bassista Peter Kershaw (anch’ègli ex Original Sun), formarono un gruppo chiamato Orb.

Alastair Riddell con The Original Sun

Riddell con gli Orb

Gli Orb erano una band universitaria che proponeva repertorio di Genesis, King Crimson, Yes e David Bowie, con l’aggiunta di alcuni brani originali. Erano della scuola post-hippy, artisti determinati ad aderire ai valori della Love Generation ma estremamente preoccupati di non commettere gli stessi errori. Ragazzi molto seri e scrupolosi, del tutto scevri dall’edonismo.

Il progetto Orb era al passo coi tempi e gli studenti di Auckland li seguivano ma non erano in numero sufficiente a poter sostenere il gruppo. Resistettero fino al 1973, una delle poche synth band zelandesi, con Riddell che suonava un sintetizzatore costruito dal già mago dell’elettronica Paul Crowther.

Sia Rayner che Riddell erano fiduciosi delle capacità del gruppo e volevano portarlo in Gran Bretagna ma gli altri ragazzi non erano preparati a correre il rischio di fallire, quindi dopo la loro esibizione al Ngaruawahia Music Festival del 1973, gli Orb si sciolsero.

E mentre Alastair Riddell in seguito raggiunse la fama nazionale come leader degli Space Waltz. Rayner, Crowther e Wilkinson divennero tutti membri degli Split Enz.

Ed eccoci alla parte dove Riddell mette insieme l’amico Eddie Rayner con Greg Clark, Peter Cuddihy, Brent Eccles e le Yandall Sisters ai cori e partorisce il disco ospite di questo articolo, quel concentrato di emozioni glam, progressive e atmosfere intimiste che va sotto il nome di Space Waltz.

Alastair Riddell & Space Waltz

In quel periodo i Roxy Music, Mark Bolan e David Bowie furono fonte di particolare ispirazione per i musicisti e i giovani del periodo, era piuttosto logico che chi avesse mire commerciali pensasse bene di sposare l’utile al dilettevole ed ecco nascere Space Waltz, all’insegna di un glam appariscente ma allo stesso tempo racchiudendo in sé un’interiorità particolare che si snoda attraverso blues, soul, rock’n’roll, psichedelia per approdare ad una ballad talmente emotiva da far drizzare i peli sulla nuca.

Mi viene da pensare ad Alastair Riddell come ad un fratello neozelandese di Alex Chilton: un artista che riesce a legare mirabilmente profonda intelligenza ed emotività a musica melodicamente e commercialmente accattivante.

L’album Space Waltz

La copertina dell’album Space Waltz

Il lato A si apre con “Fraulein Love”, un pezzo in stile Roxy; rock forte e travolgente, un bel ritornello pesante e alcuni ottimi lick di chitarra fanno da base ad un canto in stile Ferry e Riddell non ne fa mistero alcuno (“Here I say ‘ta’ to Bryan” scrive accanto al titolo nel foglio dei testi).

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Freulein Love

Si prosegue con “Beautiful Boy”, un ottimo pezzo commerciale e carino per catturare le orecchie dell’ascolatatore medio, nulla di eclatante forse ma il suo “sporco lavoro” lo fa bene.

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Beautiful Boy

E quando pensi di trovarti davanti all’ennesimo dischetto glam del periodo, ecco spuntare improvvisa ed imprevista “Seabird”, l’opera magna dell’album. Una ballata impressionante, che inizia con un solido incedere di batteria prima che entrino piano e mellotron di Tony Raynor (Raynor ai tempi era già il mago della tastiera degli Split Enz).
La canzone si conclude placandosi con il ritmo del tamburo di nuovo e i cori di mellotron. Bellissima.

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Seabird

Il lato uno si chiude con l’avviso urlato “Watch out young love!” della hit del gruppo, ‘Out on the Street’ (nel titolo scorgo un altro flebile richiamo ai Big Star di “In The Streets”), in una versione diversa da quella del singolo, in particolare sul ritornello.

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Out On The Street

Il secondo lato si apre con ‘Angel’ che è un praticamente un numero da musical dal forte gusto di rock progressivo.
La canzone in sé è bella e molto drammatica e se lanciata a volumi alti ha quasi un adrenalinico richiamo alla “Raging River Of Fear” dei Captain Beyond.

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Angel

Segue ‘Open Up’, è un bel pezzo al sapor di Ziggy. Introdotto dal solo di chitarra che si appoggia su arpeggi di piano, si fa poi forte del Mellotron che ci accompagna nel coro del ritornello e, attraverso il bridge, al finale.

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Open Up

Poi arriviamo alla bel rock orecchiabile e compatto di ‘Scars of Love” che si snoda attraverso un bella frase di chitarra e una solita batteria con campanaccio. Ispirata fortemente a “Queen Bitch” e “Suffragette City” è però molto più articolata, entusiastica e viva.

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Scars Of Love

“And Up to Now” volendo è un altro pezzo da musical, duro ma piuttosto allegro stavolta e il bell’assolo di organo di Raynor rende il tutto ancora più brillante. Molto bella ed orecchiabile.

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And Up To Now

L’album si chiude con “Love the Way he Smiles”, che musicalmente è il più interessante e vario del disco, una strana suite con i cori soul psichedelici delle Yandall Sisters su uno sfondo di voci di folla incitante e un lavoro agitatissimo di Raynor al piano.

Per essere un disco fortemente ispirato al glam di Bowie (a suo volta eterno “ispirato” al lavoro di tanti altri, particolarmente Roxy Music), direi che in moltissimi punti lo sorpassa in maniera netta e la qualità compositiva è assolutamente superiore.

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Love The Way He Smiles

I testi di Riddell sembrano molto urbani nei contenuti e la musica rafforza questa impressione. Duri, quasi deprimenti nei contenuti, trattano temi simili ad alcuni dei pezzi di Bowie.

Tutto sommato è davvero un ottimo debutto. L’unico dispiacere è la pessima qualità di registrazione, un lavoro davvero scarso di produzione del quale si può incolpare la cialtroneria della EMI e, nonostante il remastering, si percepisce a volte una terribile accozzaglia e la batteria ha una compressione assurda che rende i piatti un “vai e vieni” pieno di frequenze acidissime.
Un vero peccato, per un disco che è una pietra miliare della musica zelandese e non solo e che è stato suonato con perizia e passione da parte del gruppo.

Gli Space Waltz, condividendo bassista e tastierista con gli Split Enz, suonarono spesso assieme dal vivo e a Riddell fu chiesto ben due volte di sostituire i chitarristi defezionari ma lui rifiutò sempre e alla fine il posto fu preso da Neil Finn.

Dopo Space Waltz, Riddell adottò uno stile elegantemente sobrio, si trasferì a Los Angeles e in Gran Bretagna. Tornato in patria soffrì il cambiamento della scena musicale e partì di nuovo per la Gran Bretagna, rientrò nell’89 portandondosi dall’Europa la bella moglie Vanessa, continuò a fare musica e iniziò la sua carriera nel cinema anche come regista.

Ora Riddell, il batterista Brent Eccles, Chunn e Rayner – la formazione originale del tour – si sono riformati per un concerto.

E hanno registrato un nuovo album.

Il retro copertina e il vinile di Space Waltz

CLICCA E GUARDA L’APPARIZIONE TV DEGLI SPACE WALTZ NEL 1974 CON “OUT ON THE STREET”!

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Lato A

1. Fraulein Love
2. Beautiful Boy
3. Seabird
4. Out On The Street

Lato B

1. Angel
2. Open Up
3. Scars Of Love
4. And Up To Now
5. Love The Way He Smiles

Produced by Alan Galbraith

Space Waltz:

Alastair Riddell: Chitarre, Sintetizzatore, Voce solista
Tony Raynor: Piano, Hammond Mellotron, Sintetizzatore
Greg Clark: Chitarre
Peter Cuddihy: Basso
Brent Eccles: Batteria
The Yandall Sisters: Cori

Alastair Riddell in tempi recenti

Alastair Riddell con la moglie Vanessa

Ringraziamenti

Si ringrazia Alastair Riddell per molte delle immagini presenti nell’articolo, prese dalla sua pagina Facebook personale.

albumcover yumeyumenoato classic 2 vintage

Yume, Yume No Ato (1981) / Dream, After Dream – Journey (1980)

By Cinema, Musica, Personaggi StoriciNo Comments

Questa è di nuovo la storia di un misterioso film perduto e della sua splendida soundtrack realizzata dai Journey. "Yume, Yume No Ato” è un mistero su pellicola, una favola esoterica che fu realizzata dallo stilista giapponese Kenzo Takada nel 1980

Lorenzo Tanini

Locandina del film

“Yume, Yume No Ato” è un mistero su pellicola, una favola esoterica che fu realizzata dallo stilista giapponese Kenzo Takada nel 1980.

La storia ufficiale narra che alla fine del 1978 il produttore Hiroaki Fujii inviò una missiva a Kenzo Takada tramite un’attrice: «Caro signor Kenzo Takada,» iniziava la lettera. «Ho saputo che lei è molto interessato al cinema e mi chiedevo se le sarebbe piaciuto lavorare con me a una produzione interessante».

Un’altra storia, ormai scomparsa da anni e quindi non più verificabile, parlava di un coinvolgimento anche di Salvador Dalì e altri esponenti della nobiltà francese e ispanica.

Comunque sia, Kenzo si diceva non in grado di dirigere un film ma il signor Fujii fu talmente entusiasticamente insistente che lo stilista finì col cedere, diventando al tempo stesso soggettista, costumista, direttore artistico e regista.

Kenzo si ispirò ad un mondo fiabesco come quello de “I racconti della luna pallida d’agosto” di Kenji Mizoguchi: Un giovane tessitore incontra una coppia di bellissime sorelle in riva a un lago. La sorella maggiore si chiama Tsuki (Luna) e la sorella minore si chiama Yuki (Neve). Il giovane è attratto dall’immagine e dagli spiriti ammalianti delle sorelle ed è completamente alla loro mercé.

Kenzo con Anicée Alvina (Tsuki)

Come location fu scelto il Marocco, come mix di culture al crocevia tra Oriente e Occidente. Nel luglio 1980 la troupe si diresse a Zagora, vicino al deserto del Sahara. Era un luogo vasto, con montagne bruno-giallastre e deserto che si estendeva a perdita d’occhio. Le temperature diurne arrivavano a raggiungere i 50 °C e Kenzo racconta che in un solo giorno abbiano consumato 250 bottiglie da 1,5 litri di Evian.

Le riprese si rivelarono una difficoltà dopo l’altra. Gli attori erano per lo più italiani e francesi e lo staff prevalentemente giapponese, quindi problemi di comunicazione impedivano di procedere senza intoppi.

Oltre al caldo da svenimenti ci furono anche incidenti di percorso inaspettati come quando l’unità artistica rimase impantanata in una palude senza più riuscire ad uscirne o una scena in cui un cavallo condotto dal protagonista doveva crollare per la fatica ma si rivelò resistente all’anestetico perchè i cavalli marocchini mangiano regolarmente cannabis selvatica e quindi il farmaco risultò del tutto inefficace.

Il budget di produzione era di 400 milioni di yen. Per la colonna sonora, Kenzo voleva i Journey e, grazie agli sforzi di Fujii, il gruppo accettò, rinunciando a un tour europeo.

Anicée Alvina (Tsuki)

Il titolo originale del film, “Yume, Yume No Ato” (Il Sogno, dopo il Sogno), venne solo tradotto in inglese e francese e la prima, con estrema ansia di Kenzo, avvenne a Parigi:

«I parigini hanno un senso dell’estetica estremamente spietato, era il posto peggiore e lo sapevo.
Vennero 300 persone e quando scoppiò una risatina durante una scena critica che avrebbe invece dovuto far commuovere il pubblico fino alle lacrime, capii che non ero riuscito a creare l’atmosfera che volevo. Ad un certo punto il pubblico iniziò ad alzarsi e ad andarsene nel bel mezzo del film.
Fu un fiasco totale. E fu tutta colpa mia. Avevo causato notevoli problemi a tutte le persone coinvolte, non da ultimo a Fujii.»

Da persona gentile e d’onore, Kenzo si assunse quindi ogni responsabilità e, rimasto profondamente ferito dalla maleducazione del pubblico, decise di bloccare la distribuzione del film, il quale è stato trasmesso solo un paio di volte sulle tv giapponesi ed è scomparso, a quanto pare finora.

Anicée Alvina (Tsuki)

Le musiche

I Journey erano allora una delle band di maggior successo discografico e live della CBS, avevano prodotto tre album di jazz progressivo per poi acquisire un cantante e virare verso un AOR commerciale di grande stile ed erano reduci dal successo dell’album “Departure”, che si era piazzato all’ottavo posto della classifica Billboard 200 degli album.

La colonna sonora di Yume, Yume No Ato (Dream, After Dream appunto) venne realizzata nello spazio di tempo tra “Departure” e “Escape” e fu il settimo disco dei Journey, rappresentando un parziale ritorno alla vena progressive degli inizi del gruppo.

È l’ultimo album con il tastierista e membro fondatore del gruppo Gregg Rolie e delle sue nove tracce, solo tre sono cantate, mirabilmente, da Steve Perry mentre le restanti sono strumentali. Gli arrangiamenti orchestrali furono curati dal padre di Neal Schon, Matthew, e “Destiny” rappresenta a tutt’oggi il brano più lungo finora registrato dai Journey.

Le registrazioni avvennero presso gli studi CBS/Sony Shinaromaki di Tokio tra il 13 e il 22 ottobre 1980. Al periodo di registrazioni venne abbinato un tour giapponese che sfociò poi in un paio di brani inclusi sul loro seguente album “Captured”, registrati proprio la sera del 13, data finale al Koseinenkin Hall di Shinjyuku.

La musica è estremamente ispirata e ben suonata, si percepisce tutto l’impegno e la passione di una band che una volta tanto è libera di creare e lavorare fuori dalle regole del commercio alle quali è normalmente costretta.

Le composizioni si presentano come opere separate, dove la loro cinematicità si riflette nell’uso generoso della sezione degli archi, che conferisce loro un carattere misterioso etereamente romantico, sempre interamente nel contesto dell’estensione vocale di Perry, il quale canta come mai abbia fatto prima e dopo di allora.

I ritmi rock più duri sono rari, ma nelle dinamiche emotive, Dream After Dream supera qualsiasi cosa i Journey abbiano mai realizzato. I lunghi passaggi dei lenti e meditato assolo di chitarra sottolineano perfettamente il paesaggio dei sogni.

Il disco fu rilasciato il 10 dicembre 1980 solo in Giappone e rappresentò una sorpresa sia per i fan del gruppo che per la critica entusiasta, quando anni dopo ne emerse l’esistenza grazie ad internet (Negli Usa ne era silenziosamente uscita solo una versione in cassetta nel 1985) e alle importazioni dal Giappone. Del film invece, ancora nessuna traccia.

Se non che…

L’intero album “Dream, After Dream” dei Journey

La sinossi del film

Un giovane tessitore senza nome (Enrico Tricarico, già visto nella parte del direttore del “Villaggio 27” in “I viaggiatori della sera” di Ugo Tognazzi) parte alla ricerca della felicità. Un saggio indovino (Léo Campion) dice al giovane che la troverà sulla riva opposta di un lago a sud, lui ascolta il consiglio e vi si dirige.

Dopo aver attraversato il deserto, l’uomo arriva al lago e, trovando una barca abbandonata nelle vicinanze, salpa a tarda notte.

Al sorgere del sole, egli perde conoscenza e, al risveglio, scopre di essere stato portato in un antico castello all’estremità opposta del lago. Questo castello ospita due sorelle misteriose, di nome Tsuki (Anicée Alvina) e Yuki (Anne Consigny), l’ultima delle quali lo aveva trovato e portato in salvo.

Sebbene affascinato da Yuki, l’uomo si innamora di Tsuki, che lo invita a letto con lei. L’uomo inizia a tessere per entrambe, ma mentre i tessuti che crea per Tsuki sono particolarmente belli, Yuki trova che i suoi siano inferiori.

La brochure del film

Enrico Tricarico (il giovane)

Anicée Alvina (Tsuki)

Anne Consigny (Yuki)

Un giorno, Tsuki e l’uomo si incontrano fuori dal castello e fanno l’amore su un letto di fiori. Al loro ritorno, Yuki viene a sapere della loro storia d’amore e ne è rattristita. Le due sorelle iniziano a litigare e l’uomo si sente in colpa per l’animosità che ha causato.

Come risultato della lite, Tsuki decide che dovrà uccidere l’uomo e lo invita a letto ancora una volta. Tuttavia, avvolta nel suo abbraccio, scopre di non riuscire a pugnalarlo.

Fugge sulla terrazza, seguita dal giovane, che osserva con soggezione Tsuki mentre lei si trasforma lentamente in un uccello, spiega le ali e prende il volo. Yuki la imita e mentre vola via in lontananza, sussurra con rammarico all’uomo che pur essendo troppo bello e meraviglioso per poter essere amato da loro, entrambe si erano comunque innamorate di lui.

L’uomo grida al cielo per confessare il suo vero amore, e viene lasciato da solo ad affrontare il suo destino.

Anicée Alvina (Tsuki) si trasforma in Uccello.
La passione e l’accuratezza simbolica di Kenzo si spinse fino allo scegliere attrici di due segni zodiacali d’aria per il ruolo di Tsuki e Yuki: Acquario la Alvina e Gemelli la Consigny…

Il progetto fu annunciato in una conferenza stampa il 16 giugno 1980 e fu una coproduzione giappo/francese, poiché il cast era composto in buona parte da attori francesi mentre i membri della troupe conosciuti erano un mix tra le due nazionalità.

Kenzo con Anicée Alvina (Tsuki), Liliana Gerace (governante), Anisée Alvina (Tsuki), Anne Consigny (Yuki) ed Enrico Tricarico (il giovane)

Kenzo Takada scrisse il soggetto del film insieme a Xavier De Castella, suo compagno di allora, e Yoshio Shirasaka fu lo sceneggiatore.
Hiroaki Fuji e Tatsuo Funahashi ne furono i produttori,
Tatsuji Nakashizu fu lo scenografo,
Senji Horiuchi e Julien Cloquet furono i tecnici del suono,
Setsuo Kobayashi fu direttore della fotografia.

Kenzo con cast e troupè

Il film uscì ufficialmente il 24 gennaio 1981 e ha una durata di 101 minuti.
Il titolo francese è “Rêve, après Rêve” ovvero sempre “Il sogno, dentro il Sogno”.
Si intuisce che la natura del film fosse molto intimista e metaforica e che di conseguenza richiedesse una certa sensibilità e predisposizione delle quali, non tutti possono essere dotati mentre l’educazione dovrebbe essere cosa comune a tutti.

A causa della scortesia del pubblico francese, Kenzo si sentì talmente umiliato che si rifiutò sempre di pubblicarlo in home video o dvd e dopo il suo decesso le speranze di poter recuperare una copia di questo film sembravano ancora più vane ma negli ultimi mesi ne è incredibilmente saltata fuori una copia di DVD con menù interattivo che è in possesso di un signore americano e che pare sia stata estratta da una VHS, forse registrata da uno dei rarissimi passaggi tv giapponesi.

Non è chiaro se questa copia verrà mai messa a disposizione del pubblico ma forse, la casa produttrice TOHO-TOWA Company, si deciderà un giorno a ristampare il film e distribuirlo.

Aggiornamento:
Alcuni mesi dopo l’uscita di questo articolo, fortunatamente un collezionista è riuscito a mettere in condivisione una copia non completa del film che, anche se mancante di circa una mezz’ora, riesce a rendere un’idea del film a chi stava cercando di vederlo da decenni.

CLICCA E SBLOCCA LA CLIP CON LA RARISSIMA COPIA DEL FILM MESSA IN CONDIVISIONE DAL COLLEZIONISTA AMERICANO!

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“Yume, Yume No Ato” (Jp/Fr) di Kenzo Takada

Regia: Kenzo Takada
Soggetto: Kenzo Takada, Xavier De Castella
Sceneggiatura: Yoshio Shirasaka

Costumi: Kenzo Takada
Scenografia: Tatsuji Nakshizu
Fotografia: Setsuo Kobayashi
Suono: Senji Horiuchi, Julien Cloquet

Produttore:Hiroaki Fujii, Tatsuo Funahashi

Musiche: Journey (Neal Schon: chitarre, cori – Gregg Rolie: tastiere, armonica – Ross Valory: basso, pianoforte, flauto – Steve Perry: voce e cori – Steve Smith: batteria e percussioni) – Produzione: Kevin Elson

Personaggi e interpreti

Enrico Tricarico: Il Giovane
Anicée Alvina: Tsuki
Anne Consigny: Yuki
Léo Campion: Veggente
Liliana Gerace: Governante

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Utopia – Deface The Music (1980)

By MusicaNo Comments

Chi conosce Todd Rundgren, sa bene quanto sia appassionato dei Beatles. Non c'era quindi troppo da sorprendersi quando, a fine 1980, uscì Deface The Music, un intero album a nome Utopia che si rivelò essere un concept album dedicato al magico quartetto di Liverpool.

Lorenzo Tanini

La copertina dell’album

“Outstanding in their field!”

 

Già da qualche anno l’organico degli Utopia si era assestato dal sestetto prog/avanguardistico degli inizi ad un compatto quartetto che andava maggiormente orientandosi verso un più semplice e diretto pop/rock.

Il settimo album degli Utopia di Todd Rundgren fu quindi un omaggio ai “4 fantastici 4” di Liverpool, maniacalmente realizzati con la stessa strumentazione e suonati in perfetto e altrettanto maniacale stile.

Del resto il nostro pareva già aver anticipato le sue intenzioni nell’ album solista Faithful del 1976, dove su un intero lato dedicato a sei incredibilmente fedelissime cover, ben due erano del duo Lennon/McCartney (Rain e Strawberry Fields Forever).

La copertina originale dell’album

I nostri novelli “fab four” uscivano di fresco dalla loro maggior successo e ultima fatica discografica – Adventures in Utopia – un progetto assai complesso che comprendeva musica piuttosto articolata e video produzioni, quale momento migliore di questo per concedersi una vacanza a base di musica immediata, semplice e melodica?

Partendo da una sua canzone, I just want to touch you, che era nata per la colonna sonora del film Roadie ma immediatamente scartata perché i produttori della pellicola erano terrorizzati da eventuali azioni legali a causa dell’eccessivo richiamo ad I Wanna Hold Your Hand , Todd decise allora di creare un intero album di eccessivi richiami ai Fab Four!

E lo fece con ispirazione, gusto e grande classe: i pezzi sono fantastici e ci sono alcuni assoluti classici immediati come l’irresistibile Take it Home, la potente Everybody else is Wrong, la profonda All Smiles, la drammatica Life Goes On, l’orecchiabilissima Where does the World go to Hide, la gioia di Feel Too Good!

I 13 brani (13 come quelli dell’album A Hard Day’s Night) ripercorrono la carriera dei 4 di Liverpool, in un pastiche che va dal 1963 al periodo psichedelico e ogni canzone è talmente ben elaborata da poter sembrare un autentico prodotto dei Beatles:

1 “I Just Want to Touch You” 2:00 “I’m Happy Just to Dance with You”, “I Want to Hold Your Hand”, “Little Child”
2 “Crystal Ball” 2:00 “Can’t Buy Me Love”, “She’s A Woman”
3 “Where Does the World Go to Hide” 1:41 “A World Without Love”, “You’ve Got to Hide Your Love Away”
4 “Silly Boy” 2:20 “I’m a Loser”, “I’ll Cry Instead”, “Help!”
5 “Alone” 2:10 “And I Love Her”
6 “That’s Not Right” 2:37 “Eight Days a Week”
7 “Take It Home” 2:53 “Day Tripper”
8 “Hoi Poloi” 2:33 “Penny Lane”, “Lovely Rita”
9 “Life Goes On” 2:21 “Eleanor Rigby”
10 “Feel Too Good” 3:04 “Getting Better”, “Fixing a Hole”
11 “Always Late” 2:22 “Yellow Submarine”, “A Day in the Life (middle section)”
12 “All Smiles” 2:27 “Michelle”, “I Will”
13 “Everybody Else Is Wrong” 3:38 “Strawberry Fields Forever”, “I Am the Walrus”

A sinistra i brani di Deface The Music e a destra i Brani dei Beatles ai quali sono ispirati.

Il disco uscì il 24 settembre 1980 e fin qua tutto bello, carino e divertente, perché i pezzi sono davvero belli come parodie, a volte addirittura quasi meglio degli originali. Anche il titolo stesso del disco, “Sfigurare la musica” è abbastanza controverso, benchè probabilmente ispirato a Face the Music degli ELO.

La copertina originale, che era praticamente uguale a quella dell’album With The Beatles, con i quattro “utopisti” posizionati come i quattro liverpoliani, venne poi sostituita con un’illustrazione contenente i busti del gruppo. Mentre la foto del retro, dove campeggia la scritta “Outstanding in their field”, richiama ironicamente Strawberry Fields Forever.

Quello però si rivelò un anno piuttosto movimentato, il disco funzionò molto bene con la critica e molto male con i fans, che pur essendo abbastanza abituati ai continui cambiamenti musicali di Rundgren, questa volta si ritrovarono totalmente spaesati dall’improvvisa svolta dal modernissimo rock aor da stadio venato di prog, al brit pop anni 60.

Inoltre molte rockstars erano parecchio in agitazione per l’eccessivo interesse da parte dei fans e accadde che, poco prima del rilascio del disco, il 13 agosto, Rundgren subì una traumatica rapina.

Durante una serata con la compagna e una manciata di amici, quattro personaggi mascherati fecero irruzione in casa del nostro, portandosi via impianti hi-fi e dipinti, minacciandolo di amputargli tutte le dita se non gli avesse consegnato tutta la riserva di droga che aveva in casa, il tutto mentre gli fischiettavano la sua celebre hit “I saw the light”.

In più l’8 dicembre di quell’anno, John Lennon fu ucciso a colpi di pistola e dell’omicidio fu accusato un ragazzo di nome Mark David Chapman, apparentemente fan di Rundgren (il giorno precedente era stato a cercarlo senza successo alla sua casa di Woodstock). Infatti al momento della sparatoria, Chapman vestiva una T-shirt promozionale di Hermit of Mink Hollow, ultimo album solista di Rundgren e nella sua camera d’albergo la polizia rinvenne una cassetta Stereo 8 dell’album Runt. The Ballad Of Todd Rundgren, il secondo disco solista del nostro.

Se si considera anche che il buon Todd ebbe un ben noto screzio con Lennon stesso nel 1974, che lo portò ad uno scambio di missive piuttosto acido con l’ex Beatle e che Rundgren ha fatto parte della nota All Starr Band di Ringo Starr per svariate edizioni, beh… ci sono diversi curiosi punti ad unire i due musicisti.

Ma a noi adesso interessa parlare di Deface the Music e, più che altro, gustarci queste 13 tracce perciò, Buon Ascolto!

Il video ufficiale di “I Just Want To Touch You”

Ascolta l’album “DEFACE THE MUSIC”

CLICCA E SBLOCCA IL VIDEO CON UN LIVE DEL 1982 DEGLI UTOPIA!

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Deface The Music – Utopia

  • Todd Rundgren – lead guitar & lead vocals
  • John Siegler – bass, backing vocals
  • Roger Powell – synthesizers, keyboards, backing and lead vocals
  • John “Willie” Wilcox – drums, percussion, backing and lead vocals

Recorded at Utopia Sound
Cover [Cover Illustration] – Jane Millett
Engineer [Assistant Engineer] – Chris Andersen
Photography By – Kenneth Siegel
Producer – Utopia
Producer, Engineer, Mixed By – Todd Rundgren

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Etna – Etna (1975)

By MusicaNo Comments

C’erano una volta tre ragazzi siciliani, due fratelli e un cugino, già preparati musicalmente e con la testa nel futuro. I tre ragazzi avevano un progetto e per realizzarlo chiamarono un amico al basso. Nacque “Flea on the Honey”, la pulce sul miele.

Lorenzo Tanini

La copertina dell’album Flea On The Honey

Era il 1971, gli inizi del rock progressivo in Italia, ed era sempre ben presente una grande vena psichedelica e, purtroppo, una netta moda esterofila, che portò i nostri a scegliere di usare la lingua inglese per il nome del progetto, i testi dei brani, le note di copertina e persino i loro stessi nomi.

La copertina interna dell’album

Al di là di questo, il disco omonimo era veramente notevole, sia dal punto di vista compositivo che esecutivo strumentale e vocale. Il disco, uscito per la microscopica etichetta Delta, passerà purtroppo praticamente inosservato ma porterà i tre ragazzi a Roma, dove incontreranno il loro bassista definitivo e questo incontro getterà le basi per il successivo “Topi o uomini” (1972) a nome Flea.

La copertina di Topi o Uomini

Il titolo del disco dà nome ad una epica cavalcata jazz rock psichedelica di 20 minuti (l’intera prima facciata del’album) con notevoli parti chitarristiche in rilievo che intessono melodie assolutamente nuove su una base compattissima di grandi basso e batteria, sottolineando abilmente le linee vocali.

Il secondo lato, di questo lavoro decisamente più maturo, comprende quattro brani che metteranno in luce tutte le doti strumentali e le ispirazioni dei quattro ragazzi, che, ad un solo anno di distanza hanno dato alla luce un disco estremamente complesso con jazz, rock, psichedelia e sperimentazione al suo interno. I testi sono questa volta in Italiano e scopriamo finalmente i loro veri nomi.

La copertina interna dell’album Topi o Uomini

I quattro ragazzi sono Antonio (tastiere, fiati e voce) e Agostino Marangolo (batterie e percussioni), Carlo Pennisi (chitarre e strumenti a corda) e Elio Volpini (basso).

I due fratelli Marangolo sono noti per le collaborazioni con Goblin (fin dai tempi di Profondo Rosso, del quale si dichiarano compositori del brano Death Dies), Napoli Centrale, Guccini, Paolo Conte, Pino Daniele, Ornella Vanoni ed altri.

Il cugino Carlo Pennisi, chitarrista di grande levatura, ha lavorato come turnista in molti dischi, sia di gruppi prog che commerciali italiani. Ha un curriculum sterminato che comprende Libra, Goblin, New Perigeo, Enzo Carella, Nada, Cocciante, Ivan Cattaneo, Alberto Radius, Ivano Fossati, Morandi, Mike Francis, Renzo Arbore, Enrico Ruggeri, Rettore, Renato Zero, De Crescenzo, Paola Turci e persino l’ultima parte della carriera di Rino Gaetano, prima di dirigersi negli USA dove vive, suona e produce da oltre trenta anni.

Elio Volpini entrerà dapprima nell’Uovo di Colombo con Tony Gionta, ex Goblin e Cherry Five. E suonerà con Claudio Lolli e con decine di altre formazioni, portando avanti un suo progetto su Jimi Hendrix che lo vedrà questa volta e a seguire, alla chitarra.

Ma è con il terzo lavoro che i nostri verranno finalmente alla luce per quei musicisti preparatissimi che sono e che affronteranno da lì in avanti carriere da turnisti per i grandi professionisti italiani e non solo. Il disco venne registrato allo studio Catoca di Roma in una settimana, a nome Etna, e contiene alcune perle assolute di Jazz Rock, ispirato forse a Weather Report e Return To Forever come partenza, ma con sapori e musicalità completamente personali e assolutamente mediterranee.

La copertina di Etna

I sette brani strumentali che lo compongono sono di levatura altissima, con almeno cinque possibili hit nell’ambito del jazz rock.

In questo album si può trovare la più alta sintesi di fusion tra rock, jazz, progressive, sperimentazioni, mischiando abilmente strumenti moderni, classici e della tradizione mediterranea a vocalizzi e assonanze e dissonanze della nostra area culturale di appartenenza.

Il suono è perfetto, nitido, caldissimo, levigato ma anche aggressivo dove deve esserlo. L’esecuzione è perfetta, l’uso dell’effettistica è di classe assoluta, mai preponderante, così come i solismi, che sono esclusivamente funzionali al progetto di insieme e mai egotici.

A mio parere, in questo disco si possono assaporare alcuni dei più bei passaggi e suoni di Stratocaster, la classe di Pennisi è indubbia ma tutto l’ensemble è davvero degno di nota e si fa fatica a credere che si tratti ancora di giovani, tanto la composizioni e le esecuzioni sono mirabili che si è convinti di trovarsi davanti a professionisti ormai navigati.

I pezzi si susseguono incessantemente, ricchi di atmosfere descrittive che percorrono quadri emotivi di ogni tipo, dalla drammaticità di “Beneath the Geyser” al romanticismo della splendida “Barbarian Serenade”, che chiude in bellezza con il suo finale epico guidato dal mandolino di Pennisi.

Il retro copertina di Etna

Il drumming di Marangolo è un motore perfetto, potente e ricco di sfumature. Il basso di Volpini è roboante, preciso e scolpito. Le tastiere e i fiati di Antonio Marangolo sono sempre perfettamente descrittivi e cesellati. Le chitarre di Pennisi mordono e accarezzano allo stesso tempo, mai sovrabbondanti, inseguendo fraseggi fantasiosi e intessendo atmosfere perfette.

Non si può che consigliare l’ascolto di questo capolavoro, una delle rare volte che questa definizione può essere usata con la massima tranquillità, senza timore di esagerazione alcuna.

CLICCA E SBLOCCA L’ALBUM COMPLETO “ETNA”

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Lato A

1. Beneath the Geyser – 3:56 (Marangolo, Pennisi)
2. South East Wind – 6:10 (Marangolo, Pennisi, Volpini)
3. Across the Indian Ocean – 5:36 (Pennisi, Volpini)
4. French Picadores – 4:26 (Pennisi)

Durata totale: 20:08

Lato B

1. Golden Idol – 8:59 (Marangolo, Pennisi)
2. Sentimental Lewdness – 6:42 (Pennisi)
3. Barbarian Serenade – 5:14 (Marangolo)

Durata totale: 20:55

Producer – Mario & Giosy Capuano

Carlo Pennisi ai tempi di Rino Gaetano

Carlo Pennisi in tempi recenti

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Kiss – Music from “The Elder” (1981)

By MusicaNo Comments

Un flop commerciale assoluto, colonna sonora di un film fantasma mai nato, venature progressive, epiche, testi profondamente esoterici scritti con la partecipazione di Lou Reed, simboli. Perchè un progetto con significati, testi e musiche così profonde nacque da una band glam in via di sfaldamento?

Lorenzo Tanini

La copertina dell’album

“Quando la Terra era ancora giovane, loro erano già antichi…”

 

La storia di “The Elder” ruota attorno all’odissea di un giovane Eroe, chiamato semplicemente The Boy, che viene reclutato dal Consiglio degli Anziani appartente all’Ordine della Rosa (…), un misterioso gruppo dedito alla lotta contro il male.

Il ragazzo verrà seguito da un anziano maestro di nome Morpheus (già…), che lo guiderà nella selva oscura della crescita interiore, nell’affrontare le proprie paure, i dubbi, le insicurezze, fino a completare quell’addestramento che lo porterà a maturare il Guerriero che l’ordine spera di ottenere per continuare la sua lotta contro le forze del male.

Attraverso la guida di Morpheus, il ragazzo affronterà le varie sfide del suo viaggio iniziatico per poter poi intraprendere la sua odissea, ed è proprio lì che la storia narrata si ferma, quando The Boy viene finalmente presentato, da un entusiastico e commosso Morpheus, al Consiglio degli Anziani.

Questo dà adito a pensare che “Music from The Elder” potesse essere il capitolo iniziale di una saga.

La storia risulta scritta da Gene Simmons, il quale spiega che gli Anziani sono una entità incorporea benevola ma impegnata nel mantenere l’equilibrio degli opposti: quando l’oscurità diventa troppo forte, un eroe arriverà per ristabilire l’equilibrio fondamentale.

Vengono in mente molte storie, una su tutte la serie tv inglese Zaffino e Acciaio, di un paio di anni antecedente.

La copertina interna dell’album

La situazione dei Kiss era pessima, usciti da un disco di scarso successo come Unmasked, cercavano in qualche modo altre strade e un rinnovamento che li portasse di nuovo in vetta alle classifiche.

Il passaggio della Casablanca alla Polydor non fu certo di aiuto: costretti a passare da un ambiente familiare ad una multinazionale, di trovarono piuttosto spaesati e senza un referente dedicato a loro.

Venne chiamato in causa il produttore Bob Ezrin che, reduce dal successo di The Wall, aveva intenzione di ripetere la stessa formula anche per il concept dei Kiss.

Il Batterista storico Peter Criss aveva lasciato la band due mesi dopo gli inizi del progetto e venne sostituito da Eric Carr. Ace Frehley praticamente si tirò fuori dalle registrazioni, inviando per posta le poche parti di chitarra con le quali parteciperà all’album.

Il gruppo dovette quindi avvalersi di collaborazioni esterne tra le quali, la più nota, è la presenza di Lou Reed nella stesura dei testi di tre brani, “Dark Light”, “Mr. Blackwell” e la splendida “A World Without Heroes”.

Senza stare a calcare troppo la mano sulla situazione sconfortante della band e il successivo flop commerciale, direi che la cosa più importante sia quella di concentrare l’attenzione sulle ottime musiche e sugli ancor più ottimi testi, che vi proponiamo nella loro interezza.

Il parere di C2V è che i pezzi migliori siano proprio quelli che con lo stile dei Kiss hanno meno a che fare e che hanno anche i testi più densi di significati: “Odissey”, “Only You”, “Under the Rose” e la già citata “A World Without Heroes”.

Ascolta l’album “MUSIC FROM THE ELDER”

CLICCA E SBLOCCA IL VIDEO CON LE DEMO E I FANTASTICI INEDITI DI “MUSIC FROM THE ELDER”!

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Just A Boy

Who steers the ship through the stormy sea?
If hope is lost, then so are we
While some eyes search for one to guide us
Some are staring at me

[Chorus]
But I’m no hero
Though I wish I could be
For I am just a boy
Too young to be sailing
I am just a boy
And my future is unveiling
And I’m so frightened of failing

[Guitar solo]

While some eyes search for one to guide us
Some are staring at me

But I’m no hero
Though I wish I could be
For I am just a boy
Too young to be sailing
I am just a boy
And my future is unveiling
And I’m so frightened of failing

Odyssey

From a far off galaxy
I hear you calling me
We are on an odyssey

[Bridge]
Through the realms of time and space
In that enchanted place
You and I come face to face

[Chorus]
Once upon not yet
Long ago, someday
Countless times we’ve met
Met along the way

[Bridge]
Through the luminescent night
On beams of neon light
You and I in winged flight

[Verse 1]
As we cross the starry sea
Powered by what we see
Now and then, the victory

[Chorus]
Once upon not yet
Long ago, someday
Countless times we’ve met
Met along the way

[Verse 2]
There’s a child in a sun dress
Looking at a rainy sky
There’s a place in the desert
Where an ocean once danced by
There’s a song in the silence
Weaving in and out of time
We are notes in the music
Searching for remembered rhyme

[Guitar solo]

On a mountain high somewhere
Where only heroes dare
Stand the stallion and the mare
We have been, and we shall be
Each other’s destiny
One another’s odyssey

[Chorus]
Once upon not yet
Long ago, someday
Countless times we’ve met
Met along the way

[Outro]
We’ve met along the way
Met along the way

Only You

Only you
Have the answers
But the questions you have to find
Only you
Know the secrets
But the truth lies deep in your mind
Only you
Are the answer
You turn the night into day (yeah, yeah, yeha)
Only you
Are the manchild
You are the light, and you are the way

Tell me the secrets
I want to know
Tell me the secrets
I want to know
I want to know

Only you
Are the manchild
You are the light, and you are the way

I can’t believe this is is true
Why do I listen to you?
If I am all that you say
Why am I still so afraid?

[Bridge]
Only you
Only you
Only you

[Outro]
In every age
In every time
A hero is born
As if by a grand design

Under The Rose

Though you may be pure of heart
And free of sin
And though you have been chosen
To begin
And yet you must be worthy of the prophecy
But seek and you shall find your destiny

[Chorus]
Loneliness will haunt you
Will you sacrifice?
Do you take the oath?
Will you live your life
Under the rose?

The more you hurt, the less you feel the pain
And the more you change, the more you stay the same
But now before you lies the quest at hand
And from this boy you may become a man

[Chorus]
Do you understand
Will you sacrifice?
Do you take the oath?
Will you live your life
Under the rose?

[Guitar solo]
[Chorus]
Loneliness will haunt you
Will you sacrifice?
Do you take the oath?
Will you live your life
Under the rose?

Dark Light

Look out, ‘cause there’s something wrong
And you don’t know what it is
Watch out, or it’s Sodom and Gomorrah
The malevolent order
Right now, before it’s much too late
Before it’s much too late

[Chorus]
A dark light, a darkness never ending
A dark light, the devil gets his due
A dark night is everywhere descending
A dark light is coming for you

[Verse 2]
Now look up, well, the skies are black
And they’re getting darker all the time
Watch out, for the things that you believe in
You’re going to be attacked
And you won’t know what it is
Wise up, you better watch your step
You better watch your step

[Chorus]
A dark light, a darkness never ending
A dark light of perversion and hate
A dark night is everywhere descending
A dark light, there’s no time to wait

[Guitar solo]
[Verse 3]
Look out, for the death of love
There will be no more love
Watch out, it’s yourself that you are fooling
Who do you think you’re fooling?
Shout it out, it’s a terrible thing
Such a terrible thing

[Chorus]
A dark light, a darkness never ending
A dark light, the sun is turning cool
A dark night is everywhere descending
A dark light is shining at you

[Outro]
Dark light
Dark light
Is shining at you
Dark light

A World Without Heroes

A world without heroes
Is like a world without sun
You can’t look up to anyone
Without heroes
And a world without heroes
Is like a never-ending race
Is like a time without a place
A pointless thing, devoid of grace

[Chorus]
Where you don’t know what you’re after
Or if something’s after you
And you don’t know why you don’t know
In a world without heroes

[Verse 2]
In a world without dreams
Things are no more than they seem
And a world without heroes
Is like a bird without wings
Or a bell that never rings
Just a sad and useless thing

[Chorus]
Where you don’t know what you’re after
Or if something’s after you
And you don’t know why you don’t know

[Guitar solo]
[Outro]
In a world without heroes
There’s nothing to be
It’s no place for me

The Oath

Like a blade of a sword, I am forged in flame
Fiery hot
Tempered steel, fire-bright to the night I tame
I fear not
Now compelled by something that I cannot see
I go forth surrendering to history

[Chorus]
Your glory, I swear I ride for thee
Your power, I trust it walks with me
Your servant, I am and ever shall I be

Through a dream
I have a come to an ancient door
Lost in the mists
I have been there a hundred times or more
Pounding my fists

Now inside, the fire of the ancient burns
A boy goes in, and suddenly a man returns

[Chorus]
Your glory, I swear I ride for thee
Your power, I trust it walks with me
Your servant, I am and ever shall I be

[Guitar solo]

I gave my word and gained a key
I gave my heart, and I set it free
There’s no turning back from this odyssey
Because I feel so alive suddenly
And I wonder, is this really me?

Like a blade of a sword, I am forged in flame
Fiery hot
Tempered steel, fire-bright to the night I tame
I fear not
Now compelled by something that I cannot see
I go forth surrendering to history

[Chorus]
Your glory, I swear I ride for thee
Your power, I trust it walks with me
Your servant, I am and ever shall I be

Mr. Blackwell

I never said I was more than I am
Do what I want, I don’t give a damn
You’re all so weak, you know it makes me ill
Don’t like you now and probably never will

[Bridge]
You cheat and lie and wonder why
You can’t sleep at night

[Chorus]
You’re not well, oh, Mr. Blackwell
And we can tell
You’re not well, oh, Mr. Blackwell
Why don’t you go to Hell?

[Verse 2]
I am a sinner who just loves to sin
I am a fighter who just loves to win
I am the truth about this crummy hole
There’s nothing here that can’t be bought or sold

[Pre-Chorus]
You’re cold and mean, and in between
You’re rotten to the core

[Chorus]
You’re not well, oh, Mr. Blackwell
And we can tell
You’re not well, oh, Mr. Blackwell
Why don’t you go to Hell?

[Bridge]
You’re a victim, a real disgrace
You should be banished from the human race

[Guitar solo]

(Mr. Blackwell)
(Mr. Blackwell)
(Mr. Blackwell)

[Verse 3]
We’ll drink to sorrow, then we’ll drink to waste
We’ll drink a toast to the inhuman race
Here’s to the world and the times we’re in
Here’s to the kid, a real man among men

[Pre-Chorus]
You’re cold and mean, and in between
You’re rotten to the core

[Chorus]
You’re not well, oh, Mr. Blackwell
And we can tell
You’re not well, oh, Mr. Blackwell
Why don’t you go to Hell?

I

I was so frightened
I almost ran away
I didn’t know that I could do
Anything I needed to
And then a bolt of lightning
Hit me on my head
Then I began to see
I just needed to believe in me

[Chorus]
And I, I believe in me
And I, I believe in something more
Than you can understand
Yes, I believe in me
Woah-ooh and I believe in me
Ooh yes, I believe in something more
Than you can understand
Yes, I believe in me

[Verse 2]
Listen!
They said I didn’t stand a chance
I wouldn’t win no way
But I’ve got news for you
There’s nothing I can’t do
Ain’t no pretending
Ain’t no make-believe
But I’ve got to be the one
I’ve got to do what must be done

[Chorus]
And I (I) believe in me
Whoa-oh and I (I) believe in something more
Than you can understand
Yes, I believe in me

Well you know that I (I) believe in me
Ooh yes, and I (I) believe in something more
Than you can understand
Yes, I believe in me
I believe in me
Yes, I believe in me
Yeah!

[Finger snapping]
[Verse 3]
I don’t need no money
I don’t need no fame, no
I just need to believe in me
And I know most definitely
Don’t need to get wasted
It only holds me down
I just need a will of my own
And the balls to stand alone

[Chorus]
‘Cause I (I) believe in me
Whoa-oh I (I) believe in something more
Than you (something more) can understand (something more)
Yes, I believe in me
Whoa-oh, and I believe in me (you feel it too, don’t you?)

Well you know that I (I) believe in me
Ooh yes and I (I) believe in something more (Come on)
Than you can understand
Yes, I believe in me (well, do you really?)
I believe in me (do ya, do ya?)
Yes, I believe in me (I wanna rock and roll all night)
Yes, I believe in me!

Finale

[Spoken]
[Elder]
Morpheus, you have been summoned here to offer your judgement of the boy. Do you still deem him worthy of the fellowship?

[Morpheus]
I certainly do, my Lord. As a matter of fact, I, I think you’re going to like this one. He’s got the light in his eyes. And, the look of a champion. A real champion!