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La storia degli effetti Cosmosound, Silversound, Goldsound – intervista a Sandro Marchetti (parte seconda)

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Continua l'intervista a Sandro Marchetti, creatore dei pedali Cosmosound, Silversound, Goldsound.

Lorenzo Tanini

C2V: “Sandro, come nacquero i pedali in stile Fender?”

SM: “Nel ’76 Baldoni ebbe l’idea di riprendere il case dei Fender Blender in estruso di alluminio, anche il principio degli effetti era simile ma in realtà i circuiti erano un po’ diversi, abbiamo creato i distorsori (E-6 Powerful Sound e E-8 Wild Sound) e ci abbiamo aggiunto anche altri effetti (ndr. il distorsore con tremolo Cosmosound E-7 Fearfully Sound, tremolo che fu fatto anche come effetto separato, E-5 Shaking Sound). Tra l’altro arrivarono richieste dai chitarristi per un riverbero esterno da poter collegare agli amplificatori che ne erano sprovvisti. Di conseguenza creai un modulo in stile rack con riverbero a molla con più ingressi e controlli di volume e tono da poter utilizzare con chitarre e tastiere (CSE-10). Poi venne il Leslie elettronico Cosmosound (CSE-18): all’inizio li facemmo con le linee di ritardo ITT ma il costo era alto quindi ne facemmo pochi pezzi e nel frattempo ne studiammo uno con gli operazionali 741, molto più piccolo, che in pratica era un phasing doppio con due forme d’onda che funzionavano in opposizione simulando proprio il suono leslie. In seguito abbiamo ricreato anche l’effetto di cambio velocità. Agli inizi fu un po’ difficoltoso regolarlo ma con la pratica diventò una cosa estremamente rapida.”

C2V: “Ecco, a proposito di Leslie, ne producevate solo di elettronici o anche meccanici?”

SM: “No quelli erano solo elettronici, un leslie meccanico lo feci nei primi tempi alla MET, Baldoni e Polverini (Logan, GIS) stavano cercando un nome adatto e io uscii fuori con Rolling Sound, che piacque moltissimo. Ne facemmo alcuni campioni ma poi smisi di occuparmene perché nel frattempo, nel 1975, uscii dalla EME per dare vita, assieme e a Baldoni, alla ditta dove mi dedicavo ai pedali, la EF-EL, e il progetto del Rolling Sound K200 venne passato alla MAC di Carlo Mandolini la quale lo rinominò SC200 R e ne cambiò il mobile, mentre quello creato da me era decisamente più piacevole rispetto alla media degli altri leslie, anche se poi altri produttori una mezza scopiazzata gliela diedero, a quel mobile lì…del resto ai tempi era normale. Con la EF-EL creai anche dei componenti Hi-Fi e dei piccoli amplificatori da chitarra da 5 e 10 W, di quelli ne furono fatti parecchi. Degli ampli Hi-Fi (ndr. marchio MARSAN, che sta appunto per Marchetti Sandro) vennero prodotti modelli da 25 e 40 RMS e anche una tiratura limitata di 7 esemplari da 75+75w rms su 8 ohm, dei quali uno l’ho fatto per me e lo uso regolarmente.”

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C2V: “E tornando ai tuoi pedali, per quali altri marchi venivano prodotti?”

SM: “Li abbiamo fatti per vari marchi, anche per Meazzi e Vox.”

C2V: “E questo spiega perché si trovano gli stessi pedali Cosmosound a marchio Vox.”

SM: “Esatto, ai tempi a Montecassiano c’era la EME di Ennio Uncini (il padre del campione di motociclismo Franco Uncini) che aveva molti contatti all’estero e che produceva e importava per la Thomas e anche per Vox, anche se non ho idea di chi producesse gli amplificatori. Mi chiese se volessi fare i miei pedali con la scritta Vox e io accettai. Ma poi li feci anche per altri, per esempio Crosio di Parigi, un grosso negozio che importava le fisarmoniche, mi chiese i pedali e io glieli feci. Ma anche DO RE MI (poi diventata C D E, di Alfonso Barabino) e Cavagnolo ci distribuivano I Goldsound e i Silversound a tappeto in Francia. In seguito però sorsero problemi col mio socio Baldoni, inoltre il mercato dei pedali in quell’epoca cominciò a scendere e la produzione dei pedali rallentò. C’è da capire che il mercato va dietro alle mode, una volta nelle Marche era tutta una produzione di fisarmoniche, poi solo chitarre e tu vedevi ovunque complessi che suonavano solo chitarre, la Eko faceva gli straordinari nella produzione. Poi cominciò il periodo degli organi e tutti gli altri produttori aspettavano il modello nuovo della Farfisa per studiarselo e, anche se non i circuiti, almeno l’idea generale dello strumento gliela copiavano.”

C2V: “Quindi tu cosa facesti in seguito?”

SM: “Nel 1976 lasciai la EF-EL a Baldoni e andai alla Logan, con la quale avevo già cominciato a collaborare per gli organi. All’epoca la Logan era appena partita, agli inzi andai a dargli una mano e poi finii per rimanere con loro. Logan ai tempi produceva una tastiera di strings che era risultata la migliore in giro, poiché, al contrario delle altre ditte che usavano solo 2 linee di ritardo ITT (tra cui la Eminent, che aveva brevettato le tastiere strings), usava ben 3. Il capo tecnico della Logan, Costantini, aveva fatto alcuni esperimenti quando era stato precedentemente a lavorare alla Farfisa e si era reso conto che più linee di ritardo c’erano e migliore usciva il suono prodotto. Si avevano in pratica 3 oscillatori sfasati di 120° tra loro, con notevoli risultati finali. Alla fine chi la ascoltava restava innamorato e andò che i migliori gruppi usavano questa tastiera di violini. Il problema fu che la Elka fu la prima a produrre le Strings e anche la prima a portarle alla fiera di Francoforte, di conseguenza vendette tutto perciò la Logan, che arrivò in ritardo, rimase fregata per quell’anno. Ma le cose andarono ben diversamente l’anno seguente e la Logan vinse su tutti i fronti. Morale, io rimasi in Logan fino al 1982 e finii la mia carriera nel mondo degli strumenti musicali con loro perché dopo ci fu la crisi, alla quale i giapponesi contribuirono non poco: i primi anni vennero a Francoforte e fotografarono tutto quello che vedevano, non gli sfuggiva niente. In seguito si presentarono con prodotti migliorati sia esteticamente che tecnicamente migliorati, cogliendoci di sorpresa e mettendo fine alla storia della produzione italiana.”

C2V: “E questo accadeva alla fine degli anni 70, un vero peccato…”

SM: “Eh si, perché fino ad allora si stava benissimo e c’era un mare di lavoro per tutti, eravamo sommersi dalle richieste. Del resto i giapponesi avevano aiuti dal governo che noi, come al solito, non avevamo (pare che il governo giapponese pagasse in anticipo alle ditte gli strumenti che venivano esportati e si occupasse poi di gestire i pagamenti dilazionati dei vari clienti).”

C2V: “E da qua si entra nella storia che tutti in Italia ben conosciamo. Tornando  di nuovo ai Pedali, come funzionava il ciclo di costruzione?”

SM: “Agli inizi, quando ero ancora alla MET, progettai il tutto e ne avviai la produzione. In seguito, quando avviai la EF-EL, la MET (che aveva officina meccanica) continuò la produzione della parte meccanica e io mi occupavo di farli verniciare e finirne l’assemblaggio: montaggio della parte elettrica, finitura, collaudo e imballaggio.”

C2V: “Anche di applicare i vari marchi ti occupavi tu, quindi. Quali erano, ti ricordi?”

SM: “Eh, ricordarli tutti è difficile…c’erano i G.I.S., che aveva l’esclusiva in Italia di vari marchi e gli EUR che erano per i mercati paralleli.”

C2V: “Ce ne sono in giro anche di marchiati JEI, GUN, WERSI, ZENTA, EMTHREE (che è sempre Meazzi), MAC e ovviamente della tua EF-EL.”

C2V: “E come funzionava invece la promozione? C’erano già i dimostratori di strumenti?”

SM: “Si, eccome, noi avevamo Johnny Charlton dei Rokes e anche Peter Van Wood, che si prendeva più che altro i prototipi, tutte le cose “strane”: avevamo fatto un prototipo di octaver con ottava alta e bassa che era una cannonata, l’intento era quello di perfezionarlo e metterlo in produzione ma se lo prese lui e non lo vedemmo più, poi nel frattempo io me ne ero già andato. Un altro prototipo che facemmo era distorsore, repeat e un altro effetto che adesso non ricordo, il tutto controllabile con i piedi (ndr. la descrizione ricorda molto quella dell’Eko Multitone), ma erano cose che perlopiù non entravano in produzione perché non c’era mercato.”

C2V: “Dopo il settore musicale su cosa ti sei orientato?”

SM: “Mi sono occupato di tutt’altro, dai rubinetti elettronici, sia come meccanica che elettronica, alla creazione di prototipi in plastica e alluminio di apparati di illuminazione per la Guzzini, i cataloghi venivano realizzati con quelli. Da dopo la pensione ho coltivato l’hobby dell’aeromodellismo e ho costruito una decina di motori, a scoppio due e quattro tempi, a vapore, aria compressa, che sono stati pubblicati su riviste del settore.”

C2V: “Una vita all’insegna dell’artigianato vero e poliedrico, complimenti! Benissimo Sandro, a questo punto non mi rimane altro che ringraziarti per questa bellissima chiacchierata e per tutte le informazioni che ci hai dato!”

SM: “Figurati, è stato un piacere!”

Ringraziamenti

Si ringraziano ToneHome ed ElectricMister per la gentile concessione dell’uso di alcune delle immagini presenti nell’articolo.

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La storia degli effetti Cosmosound, Silversound, Goldsound – intervista a Sandro Marchetti (parte prima)

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Gli anni 60 e 70, come ben sappiamo, furono un periodo di enorme fermento creativo per la nostra penisola e in particolar modo per le Marche, dove si trovavano i grandi numeri della parte creativa e manifatturiera.

Lorenzo Tanini

Sandro Marchetti

E fu grazie all’ingegno e alla creatività di persone come Oliviero Pigini e Remo Serrangeli (Eko reparto chitarre), Terzino Ilari (EME ed Eko reparto elettronica), Aldo Paci e Giuseppe Censori (Eko reparto elettronica), Carlo Lucarelli (Farfisa, che lasciò nel 1976 per aprire la Siel), Giovanni Livieri (CRB), Bravi e Jura (Crumar synth), Orsetti e Pannelli (Crumar organi), Elio Zamorato (Farfisa, Elka), Alfredo Gioielli (fondatore di Pari e Milton), Marcello Colò (collaudatore e creativo CRB, Elka, Gem – Generalmusic, Ketron), Sandro Marchetti (EME, EF-EL, Logan) che furono creati gli strumenti marchigiani che invasero il mercato, lasciando un marchio ancora oggi indelebile.

Dietro a quelli che sono, assieme ai Jen, i pedali più famosi della produzione italiana, si cela la mente di Sandro Marchetti, poliedrico tecnico elettronico e meccanico marchigiano. Siamo fortunatamente riusciti a contattarlo per chiedergli di svelarci i segreti di questi ancora misteriosi pedali effetto e lui, con molta gentilezza e disponibiltà, ha accettato ed ecco finalmente tutta la storia della creazione di questi mitici effetti:

C2V: “Sandro, com’è iniziata la tua avventura nel campo degli strumenti musicali?”

SM: “Allora, ho inziato nel 1960 con la MET (Micro Elettro Tecnica) di Carlo Baldoni (MET, Logan, GIS, EF-EL) come tecnico progettista di motori elettrici in corrente continua a 6 espansioni polari che dovevano servire per magnetofoni, che erano gli apparecchi che “tiravano” ai tempi. Questi motori furono passati alla Phonola ma nel frattempo il mercato era cambiato e cominciarono ad andare le fonovalige (giradischi portatili) perciò fui costretto a progettare un motore a 3 espansioni adatto alle fonovaligie, per i quali brevettai anche un braccetto con contrappesi.”

C2V: “Ah, il classico giradischi con il quale siamo cresciuti!”

SM: “Si, e le fonovaligie inizialmente avevano un problema, la puntina aveva un braccetto che la premeva con troppa forza sul disco e dopo il primo ascolto il disco era da buttare. Così fui costretto a inventarmi questo sistema di contrappesi per ridurre la pressione del braccetto e funzionò molto bene. A seguito del calo di richieste dei mangiadischi venne fuori quella degli strumenti musicali e, oltre alle parti meccaniche ed elettroniche per chitarra per ditte come Eko, Melody, Welson (ndr. tra le quali la bellissima borchia dado conica che blocca gli ingressi jack che troviamo anche in buona parte dei prodotti italiani dei tempi), creai dei pedali volume per la gran parte dei produttori di organi della zona (Crumar, Elgam, Logan, Moreschi etc.) e da li iniziai la progettazione e realizzazione di vari pedali effetto ispirati a quelli presenti sul mercato ai tempi ma anche di scatolette da inserire direttamente nell’input della chitarra, tra le quali preamp, booster per bassi e alti e altri effetti.”

C2V: “Ed eccoci arrivati ai pedali…”

SM: “Si, uno dei primissimi fu il wah con distorsore, che era quello che andava per la maggiore, e i vari distorsori. Dopo facemmo il Phasing, che rispetto agli altri era particolare in quanto per creare la sfasatura del suono usavamo dei transistor FET (transistor ad effetto di campo) che erano tutti selezionati, cosa che gli altri produttori non facevano e di conseguenza la rotazione non risultava bella. Invece noi utilizzando i FET selezionati avevamo ottenuto una modulazione perfetta. In seguito vedemmo che immettendo il segnale di uscita nell’ingresso del phasing veniva fuori un filtro attivo che produceva un effetto somigliante ad un sintetizzatore e quello lo chiamammo Super Phasing. Nonostante i nomi fossero Cosmosound, Silversound e Goldsound, i pedali avevano gli stessi circuiti ma ne venivano variati l’estetica e il nome a seconda delle richieste del distributori dei vari paesi.”

(L’intervista continua nella SECONDA PARTE)