Con tutta probabilità il monofonico più potente ed accessoriato progettato e costruito ai tempi, il MCS70 fu un progetto di innovazione: molto facilmente il capostipite dei monofonici con le memorie (richiamabili addirittura in 5 millisecondi), realizzato ancor prima che fossero disponibili sul mercato le prime memorie su circuito integrato, doppio filtro, routing di modulazione complesso, tastiera con sensori a infrarosso che annullavano i problemi meccanici.

Lorenzo Tanini

Stabilità assoluta degli oscillatori garantita dai migliori componenti analogici mai prodotti, utilizzati in quello stesso periodo solo da Buchla e Roland. Uno sconosciuto ed oscuro capolavoro di ingegneria Italiana che ha resistito per quasi 50 anni alla prova del tempo e dell’evoluzione tecnologica.

Ma per capire meglio di cosa stiamo parlando è meglio dare uno sguardo alle specifiche sulla brochure:

Si trattava di una macchina totalmente avveniristica e Maggi pensava in grande, quindi per la promozione pensò alla creazione di un progetto discografico che avrebbe prodotto un 33 giri interamente creato utilizzando il solo MCS70: un’autentica demo da usare come campagna promozionale per la sua creatura, in vista delle fiere del seguente anno.

Maggi contattò l’amico Romano Musumarra del gruppo “La bottega dell’Arte” e che era già sotto contratto con la EMI.

Musumarra introdusse Maggi all’etichetta, la quale accettò la proposta, concedendo per sole 4 settimane i suoi studi di Roma e suggerendo Claudio Gizzi come membro da aggiungere al progetto, data la sua formazione classica e la maggior esperienza.

I due musicisti si occuparono della composizione di una facciata ciascuno, Gizzi il lato A e Musumarra il lato B, mentre Maggi stesso si occupò della programmazione del suo sintetizzatore e nacque così Automat, album di synth pop/dance che è diventato un mito tra appassionati e addetti ai lavori.

Dal disco vennero tratte almeno due hit di successo, delle quali una in particolare, Droid, venne successivamente usata per una miriade di sigle televisive in Italia e all’estero (in Brasile, grazie anche all’uso che la Rete globo ne fece, divenne una hit da classifica): nessuna sorpresa che sia ancora oggi un disco di culto, al quale si ispirano molte delle attuali synth band revivaliste.

Booklet dell’album Automat

Album Automat (1978)

Da questo glorioso debutto del MCS70 rimase particolarmente impressionato Jean Michel Jarre, che ricevette una copia di Automat direttamente da Mario Maggi nel 1978:

“Durante la Musikmesse ho conosciuto il sig. Cavagnolo. Mi invitò a Parigi per presentare il mio MCS70 in una serie di conferenze. Cavagnolo era stato contattato da Jarre una settimana prima per altre questioni, per questo aveva il suo numero di telefono. Il primo incontro che Cavagnolo organizzò per me dopo la manifestazione fu in privato con Jarre”.

Pare che Jarre fosse rimasto talmente impressionato dall’MCS70, da volerne acquistare uno all’istante.

L’MCS70 aveva ricevuto così tanti apprezzamenti che Maggi ormai faceva progetti per la grande produzione…però proprio allora uscì il Prophet 5, che, a causa della polifonia a 5 voci (benchè a detta di chi ha potuto esaminare entrambe le macchine, l’ago della bilancia della qualità pendesse decisamente a favore del MCS), mise purtroppo KO il glorioso MCS sul nascere, anche se Maggi si prenderà in seguito una bella rivincita morale sul Prophet, ma di questo parleremo in seguito.

E’interessante la descrizione che Maggi fa della sua creatura:

“MCS70 era un progetto di sintetizzatore monofonico programmabile, realizzato in un’epoca in cui ancora non c’erano microprocessori, era interamente costruito con logica discreta ed era l’anno che stavano arrivando i primi microprocessori. Fare un software per i nuovi componenti era un’avventura, non c’erano sistemi di sviluppo e tantomeno a basso costo.

Dopo diversi anni di costruzione di soli sintetizzatori convenzionali, con programmi non memorizzabili, nel 1972 ho realizzato che avrei potuto sviluppare una versione completamente programmabile di un sintetizzatore. Senza l’aiuto di nessuno, dovetti fare a meno di un microprocessore. Da quanto mi ricordo, scrissi i codici su un minicomputer DIGITAL PDP 11.

Era il primo programmabile monofonico della storia, con doppio filtro; uno dei due lavorava come passa basso 24 db e passa alto, sempre 24 db; i due filtri erano collegabili in serie o in parallelo, tre oscillatori, di cui uno con possibilità di FM lineare e, simultaneamente, AM. Il secondo modulatore era usato come modulatore per la FM e l’oscillatore 3 come modulante AM; poi c’erano due inviluppi.

Quando stavo presentando il modello MCS70, Tom Oberheim venne allo stand della Jen Elettronica dove ero ospitato e diede uno sguardo all’interno dell’apparecchiatura, rimase impressionato perché era il primo strumento programmabile, interamente programmabile voglio dire, che era in giro.

Lui faceva un qualcosa del genere ma era un programmer parziale, che influenzava solo una parte dei parametri, gli altri dovevano comunque essere riposizionati a mano. I suoni, soprattutto quelli in FM lineare, erano particolarmente inediti per quel periodo, anche perché era una sintesi tra forme d’onda complesse, non tra semplici sinusoidi come sarebbe successo anni dopo con la Yamaha DX7.

La tastiera era a quattro ottave. Ne venne realizzato uno solo, venduto poi a Patrizio Fariselli degli Area (se vuoi sentirlo, puoi ascoltare un album che si chiama Tic Tac).

Lo stesso strumento venne utilizzato anche per fare l’album Automat con Romano Musumarra, dove mi occupai di tutta la programmazione e ogni suono presente derivava dal mio synth, compresi accordi e batterie elettroniche. Accidentalmente, l’unico aiuto esterno venne dall’utilizzo di uno dei primi sequencer della Sequential Circuits, perchè ancora non ne avevo approntato uno per l’ MCS70.

Ho sentito recentemente Patrizio e mi confermava che lo strumento è ancora nelle sue mani, gelosamente custodito, e non mi è sembrato per niente intenzionato a volermelo restituire…”

Area – Tic & Tac (1980)

Pare che in seguito l’ MCS 70 sia stato utilizzato anche in “Magie d’ Amour” 1980 di Jean Pierre Posit, uno dei nomi d’arte di Claudio Gizzi stesso, ed in altri dischi dei quali non siamo però a conoscenza, prima di finire nell’arsenale di Fariselli e farsi onore su “La torre dell’alchimista”, brano che apre l’album “Tic&Tac”, per poi venire successivamente messo a riposo a causa dello scioglimento degli Area stessi.

Jean-Pierre Posit ‎– Magie D’Amour  (1980)

Fariselli stesso ne parla nella sua intervista pubblicata su Strumenti musicali, nel numero 243 del Giugno 2001:

“Ricordo il giorno in cui il mio Arp Odissey si ruppe irrimediabilmente, doveva essere il 1975, prima di un concerto a Roma: sound check nel pomeriggio, lo accendo e non funziona più. Frenetico giro di telefonate e mi suggeriscono di andare a trovare una persona che forse poteva fare qualcosa.

Fu così che conobbi Mario Maggi, uno dei pochi grandi progettisti di tastiere in Italia. Capì subito come non ci fosse nulla da fare per l’Odissey, perché occorreva sostituire una parte essenziale, e mi mostrò la macchina che lui stesso stava progettando, il prototipo che ancora oggi posseggo e che si chiama MCS70. Prototipo e unico esemplare rimasto, che comperai subito perché era proprio un sintetizzatore monofonico fantastico, immaginiamo un Minimoog all’ennesima potenza.

La qualità dei componenti era eccellente e soprattutto aveva 64 memorie, che rappresentavano allora una novità assoluta. Pensiamo al lavoro terribile che toccava sia a me che a Paolo Tofani in ogni situazione, di dover cioè tarare e ritrovare certe sonorità che andavano ricostruite ogni volta, consentendoci di poter sviluppare non più di quattro o cinque suoni a concerto. Di colpo avevo a disposizione 64 suoni memorizzati!”

Da quello che si apprende dall’intervista rilasciata da Maggi al sito web Amazona.de (https://www.amazona.de/interview-mario-maggi-der-elka-synthex-erfinder), di MCS ne dovevano essere realizzati almeno 10, che dovevano venire destinati a vari studi di Roma, e che il prezzo ai tempi era di circa sei milioni di lire, speriamo quindi di rivederne presto riemergere qualcun’altro!

Molto recentemente il buon Patrizio ha pubblicato un post sulla sua pagina facebook dove ha annunciato che il suo mitico MCS è in assistenza a farsi bello per tornare presto in azione, il che può solo renderci felici. Ha anche rilasciato tre fotografie di questa mitologica macchina, della quale le immagini finora purtroppo scarseggiavano. Eccole a voi:

AGGIORNAMENTO Febbraio 2020:
L’ MCS 70 è stato finalmente restaurato alla perfezione grazie allo specialista Marco Molendi che, in collaborazione con altri operatori, ha provveduto a rilasciare un primo video demo che analizza la struttura costruttiva e le capacità sonore di questa splendida e impressionante macchina:

MCS 70 Restoration

Seguono alcuni test audio effettuati da Andrea Manuelli durante il ripristino del MCS70 effettuato dal grande tecnico restauratore Marco Molendi:

MCS 70 Restoration Backstage

Marco Molendi e Patrizio Fariselli

Patrizio Fariselli – Andrea Manuelli – Marco Molendi

Ed eccolo, finalmente tornato in azione nelle mani di Patrizio Fariselli:
Patrizio Fariselli Trio – Caterpillar

Il Syntar

Il Jen GS-3000 Syntar è probabilmente la versione integrata del synth monofonico da chitarra, della quale Maggi parlava riferendosi a quella ancora in suo possesso, quella presentata al Musik Messe del 1978.

Pur essendo stato pensato specificamente per essere usato con la chitarra elettrica, alcuni tastieristi hanno fatto attuare una conversione per suonarlo con un controller keyboard. Logicamente nel caso di questo synth non era prevista una memorizzazione dei programmi e per i “preset” ci si doveva affidare ad una serie di schede da sovrapporre al pannello, nelle quali erano segnati i vari parametri del suono che si desiderava ottenere.

Per una più approfondita descrizione abbiamo deciso di riproporre il testo presente sul sito Suono Elettronico:

“Il Syntar della Jen può essere utilizzato con qualsiasi chitarra a cui va applicato il pick-up custom fornito dalla Jen, per le misure single coil o humbucking.

Il fissaggio dei pick-ups sulla chitarra avviene mediante nastro biadesivo, sistema comodo perché non bisogna forare il corpo della chitarra, tuttavia il fissaggio con il biadesivo pare non risulti sufficientemente stabile.

In dotazione al pick-up nastri biadesivi di diversi spessori, per la scelta della corretta distanza dalle corde.

Il pick-up è piuttosto alto e questo costringe ad alzare un po’ le corde della chitarra.

Il “Pitch to voltage converter” è un pò lento nel passaggio tra frequenze lontane ma sufficiente per un buon uso dell’apparecchio.

Una serie di regolazioni posteriori (da tarare con estrema cura) consente di regolare il segnale proveniente da ciascuna corda.

Sei leds rossi indicano quale corda sta controllando il sintetizzatore, un led verde indica la presenza del segnale di gate. Quando questo non si accende si dovrà procedere alla ritaratura dei sei segnali d’ingresso.

Si avverte la mancanza di un “Sample and Hold” (il circuito che mantiene la frequenza stabile anche quando il livello di segnale fornito dalla corda scende sotto il minimo richiesto per il funzionamento del sintetizzatore).

Questo limita indirettamente anche l’uso del generatore di inviluppo lasciando tuttavia allo strumento una buona versatilità.

Due sono i VCO con onde triangolari, dente di sega, quadra simmetrica e tre quadre asimmetriche. Molto comodo il commutatore di ottave che consente al chitarrista di collocare il sintetizzatore sopra e sotto la frequenza prodotta dalla corda.

I due oscillatori sono provvisti di controlli separati di volume.

Un LFO (low frequency oscillator) dispone di onda triangolare, dente di sega, dente di sega invertito, quadra a due quadre asimmetriche.

Esso può controllare il VCO (vibrato), il VCF (wha-wha), il VCA (tremolo). Può essere escluso mediante l’interruttore a pedale in dotazione.

Il filtro (VCF) è dotato di regolazione di frequenza, di taglio e di risonanza, le sue prestazioni sono in linea con il resto dell’apparecchiatura.

Il Syntar ha due generatori di inviluppo a tre sub-eventi: attack, release, sustain. Essi controllano separatamente il VCF ed il VCA consentendo una buona libertà nella generazione dei suoni, anche se in parte limitata dalla mancanza del circuito di “sample and hold”.

Il Syntar non è dotato di presets nè di memorie.

Lo strumento è dotato di astuccio rigido in cui trovano posto anche gli accessori.

La timbrica in generale è soddisfacente, peccato che, mancando un ingresso per i normali pick-ups della chitarra, non è possibile miscelare i suoni dello strumento con quelli generati dal sintetizzatore.

Il Syntar, è monofonico nonostante la presenza di due oscillatori, è provvisto di “glide” e dispone di due uscite: una per l’amplificatore e l’altra per la cuffia, con comodi controlli di volume separati, la precedenza delle corde per il controllo della frequenza è verso l’acuto.”

Jen Syntar by Maggi

due demo del Syntar.

-L’articolo continua nella terza parte: il Synthex

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